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Broomberg & Chanarin

L’intervista a Broomberg & Chanarin è stata realizzata da Monica Poggi in occasione della mostra del duo di artisti presso la Lisson Gallery di Milano a gennaio 2017.

 

MP: Mai come ora il continuo bombardamento visivo a cui siamo sottoposti ci spinge a una fruizione delle immagini sempre più “da fast-food”, veloce e di pessima qualità. Se si guarda alle origini del vostro percorso artistico, la prima collaborazione avviene nella redazione di Colors, interessante tentativo di mettere ordine a questo enorme flusso e, allo stesso tempo, celebrazione della diversità e della molteplicità di sguardi che da esso si creano. In che modo aver lavorato per la rivista ha influenzato il vostro lavoro successivo?

B&C: Nessuno di noi due ha frequentato una scuola d’arte, pertanto quell’occasione fu il primo momento in cui siamo entrati in contatto con il possibile utilizzo (e cattivo utilizzo) delle immagini. Era un momento di grande interesse: internet non era ancora ai livelli di sviluppo odierni, le immagini erano selezionate da diapositive che ci venivano inviate da agenzie sparse in tutto il mondo, e la maggior parte delle fonti erano prese da interviste fatte in prima persona. Eppure, anche in un ambiente ancora così limitato avvertivamo un senso di fastidio nell’avere a che fare con l’aspetto più etico della produzione e della divulgazione delle immagini, soprattutto perché i fondi per la rivista arrivavano da una multinazionale. Forse in ultima istanza, visto il contesto, non si può dire che ciò che abbiamo ideato allora abbia avuto un grande peso dal punto di vista critico.

 

Il filo rosso che collega le opere che verranno esposte nella vostra prima personale nella sede milanese della Lisson Gallery è una profonda interrogazione sui meccanismi che regolano la rappresentazione. Con un atteggiamento investigativo – che culmina con la collaborazione con scienziati forensi in Trace evidence, che dà il nome alla mostra – andate alla ricerca delle tracce che smascherano quello che Magritte ha definito “il tradimento delle immagini”. Pensate che la fotografia possa ancora assumere un valore testimoniale positivo, oppure è da guardare con sospetto e diffidenza come strumento nelle mani delle istituzioni che detengono il potere?

La fotografia ha sempre avuto un valore indicale e a volte anche di testimonianza, ma, come giustamente hai detto, è sempre in qualche modo complice di un potere di tipo istituzionale. Il trucco sta nell’apprendere come si può sfruttare la sua natura sfuggente e non sempre affidabile. C’è anche un altro elemento ancor più banale all’interno della mostra, di cui la tua descrizione non tiene conto: nella stessa stanza sono raccolti assieme blocchi, fili e pixel di colori sgargianti presi da una zona in Afghanistan dove è in corso un conflitto, il divano londinese di Freud, un osso riemerso da un ghiacciaio svizzero che si sta sciogliendo, e un test di Rorschach di un ospedale psichiatrico a Cuba. Forse non si può ridurre il tutto a un “filo rosso” che collega l’insieme dei i lavori presenti, ma certamente c’è da prendere atto del fatto che momenti e fatti storici così diversi possono tutti coesistere all’interno della stessa stanza, con un risultato che è assolutamente sensato.

 

Georges Didi-Huberman, in Images in Spite of All, parlando di dei due scatti realizzati da alcuni prigionieri di Birkenau dall’interno della camera a gas, definisce l’ampia porzione completamente sottoesposta delle immagini «la condizione di esistenza delle fotografie.»  Pur essendo una zona che non fornisce nessuna informazione, ci indica la reale situazione di pericolo e di urgenza nella quale queste immagini sono state realizzate, il loro hic et nunc. The Day Nobody Died può essere letto, alla luce di queste osservazioni, come forma di testimonianza “pura”?

Huberman parla dell’atto o del tentativo stesso del rendere quelle immagini così importanti. Forse in The Day Nobody Died è presente un qualcosa di simile: l’assurdo e irresponsabile atto di creazione del lavoro è ciò che rende l’opera così viva e profetica.

 

Con Portable Monuments cercate di ricondurre le fotografie pubblicate dai media all’interno di un linguaggio oggettivo composto da una serie di venti domande binarie che prendono forma visiva grazie a dei mattoncini colorati. Come è nato e qual è il significato di questo progetto?

Ogni lavoro è il risultato di un workshop svolto ogni volta in un paese diverso, che prevedeva l’osservazione dell’immagine nella copertina di un giornale odierno. Il codice viene poi ideato a partire da una serie di domande sull’immagine stessa. Ad esempio, a che distanza si trovano la macchina fotografica e l’azione? Qual è la risoluzione dell’immagine? La foto è stata scattata con il permesso del soggetto rappresentato, oppure no? La fotografia è stata realizzata per mano di un professionista? La violenza è implicita o esplicita? E così via. Si tratta di uno stumento di provocazione attraverso una sorta di interrogatorio rivolto alle immagini, così da diffondere quella mancanza di fiducia verso di esse che abbiamo sempre provato. E i blocchi sono anche un gioco divertente.

Broomberg & Chanarin

Adam Broomberg (Johannesburg, 1970) e Oliver Chanarin (Londra, 1971) vivono e lavorano a Londra. Alla fine degli anni Novanta, iniziano a lavorare come fotografi e direttori creativi della rivista Colors, prodotta da Benetton. Accomunati da un forte interesse per temi di carattere antropologico e politico e per il modo in cui i media incidono sulla percezione degli eventi, si allontanano progressivamente da pratiche legate alla fotografia documentaria per adottare un linguaggio più complesso e articolato con una serie di lavori che, agendo sull’ambiguità delle immagini, indagano il rapporto tra fotografia e meccanismi di potere. Hanno partecipato a numerose mostre personali e collettive in tutto il mondo. Il loro lavoro è presente nelle maggiori collezioni pubbliche e private, e nel corso della carriera hanno ricevuto importanti riconoscimenti fra cui il Deutsche Börse Photography Prize (2013) per War Primer 2 e l’ICP Infinity Award (2014) per Holy Bible.

 

Immagine: Broomberg & Chanarin, Trace Fiber from Freud’s couch under crossed polars with Quartz wedge compensator (#3), 2015.

© Broomberg & Chanarin 2015. Courtesy Lisson Gallery.

 

Per l’Opera al Centro su Broomberg & Chanarin scritto da Monica Poggi, cliccare qui.