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Alessandro Carrer

> Come si ‘progetta’ un festival, o meglio come si costruisce una trama e l’equilibrio che sostiene da un lato l’idea o il progetto curatoriale e la declinazione o la lettura che ne danno gli artisti?

A dire il vero è la prima volta che mi trovo a dovermi confrontare con le necessità di un progetto così ampio e articolato. Insieme a Paola Binante, Marcelo Cabrera – che condividono con me la direzione artistica del Festival – e al comitato scientifico, abbiamo cercato di cucire una trama sufficientemente stretta per produrre più coerenza possibile. Il fatto di essere un festival relativamente piccolo ha giocato in questo caso a nostro favore perché ci ha concesso di operare scelte puntuali e mirate. Siamo partiti da un’idea condivisa, quella di conflitto, che potesse avere un senso in relazione al contesto, la Sicilia e il Mediterraneo. Però non tanto il conflitto in sé, quanto tracce, ombre e traumi che vengono lasciati sulla pelle della terra e sedimentano nello spazio e nel tempo, nella memoria individuale e in quella sociale. Dopodiché abbiamo scelto non solo gli autori ma pure i loro lavori che avremmo voluto vedere in mostra. A quel punto ne abbiamo parlato con gli artisti e devo dire che tutti si sono dimostrati disponibili e entusiasti. Malgrado il rischio di sembrare un po’ perentori credo che tutti abbiano capito l’intenzione, ovvero partire da un identità per produrre successivamente differenze, con l’idea che ogni percorso individuale esista a partire da un tessuto connettivo il cui soggetto è la collettività, con tutte le negoziazioni, nel bene e nel male, che questo comporta.

> Spazio giovani: come è stato pensato, cioè in che modo gli artisti saranno presentati e come sono stati selezionati i partecipanti?

La parte destinata ai giovani all’inizio apparteneva al circuito off. Questo è il terzo anno in cui per loro è previsto un format dedicato, Territori di formazione, all’interno del Festival; ma da una grande mostra collettiva siamo passati a realizzare per ciascuno una personale in cui gli autori possono dar conto di un intero progetto, così da mostrare in maniera più completa e chiara come si sia sviluppata la loro ricerca, la loro analisi. L’intento è di fare una riflessione sulla portata metodologica dello studio della fotografia nelle istituzioni italiane di alta formazione artistica (Accademie e ISIA). Quest’anno abbiamo nove giovani che sono stati selezionati dagli istituti che frequentano o hanno frequentato, l’ISIA di Urbino e le Accademie di Brera, Bologna e Catania, a cui si aggiungono il vincitore dello scorso anno del Premio Miglior Portfolio insieme alle tre menzioni speciali.

> E’ un festival che offre anche la possibilità di committenze, cioè di opere prodotte per la circostanza e che rimangono poi patrimonio del territorio?

Sfortunatamente no, o meglio, non ancora. Il festival si svolge in un luogo meraviglioso e difficile a un tempo. Di anno in anno, di edizione in edizione, l’organizzazione prova a compiere un piccolo passo in più, a investire sul futuro, ma le risorse sono ancora troppo limitate per potersi concedere il privilegio di committenze specifiche. Diciamo che essere arrivati alla settima edizione dando continuità al festival è già un merito notevole. E’ ovvio che la nostra speranza sia quella di poter giungere in un giorno non troppo lontano – ma il lavoro che stiamo facendo è ancora lungo – ad avere un festival che possa ‘competere’ con le grandi manifestazioni italiane ed europee.

> Manifesta a Palermo, sempre a Palermo l’apertura di Palazzo Butera con la collezione Valsecchi, il museo all’aperto di Gibellina, la Sicilia è sempre più disponibile ad accogliere progetti di arte contemporanea, ma come si dialoga con un contesto così connotato da un punto di vista artistico e architettonico e com’è la risposta del pubblico?

E’ inevitabile che il centro della produzione culturale sia orientato su Palermo, ma è altrettanto evidente che in Sicilia si stia lavorando per creare un museo diffuso generando così un sistema di offerta il più articolato e completo possibile. L’arte contemporanea rappresenta forse l’ultimo, indispensabile frammento di un mosaico storico e culturale i cui primi tasselli sono stati lasciati dalle popolazioni preelleniche che Greci e Fenici trovarono arrivando sull’isola maggiore del Mediterraneo. Poi Romani, arabi, normanni, spagnoli e i successivi trecento anni. La ricchezza artistica e architettonica, insieme a una serie di caratteristiche naturali uniche, come i vulcani, hanno fatto non a caso della Sicilia una meta di viaggio del Grand Tour a partire dalla seconda metà del ‘600. E oggi continua ad essere un meraviglioso itinerario scelto da sempre più persone. Diciamo che realizzare qui una manifestazione legata al contemporaneo è come giocare una partita a Risiko con storia, cultura e paesaggio. Se non trovi il giusto equilibrio, non fai le giuste alleanze, non ti muovi con tutte le attenzioni del caso, non conquisterai mai i tuoi famigerati ’24 territori’.

Alessandro Carrer (Torino, 1976) ha curato mostre e progetti espositivi per enti pubblici e privati, in Italia e all’estero. Insegna Storia dell’Arte contemporanea ed Estetica e linguaggio della fotografia presso l’ISIA Istituto Superiore delle Industrie Artistiche di Urbino. Ha pubblicato articoli e saggi su alcune riviste specializzate d’arte italiane e internazionali. Il suo intervento all’edizione 2016 del convegno Generazione Critica a Modena è stato pubblicato su Generazione Critica. La fotografia tra ripetizione e differenza, Danilo Montanari, 2017 e sarà pubblicato a breve in traduzione inglese nel volume Searching for a New Way, edito da Metronom Books. Per il 2018 è membro della giuria di Artifact Prize e fa parte della Direzione Artistica del Ragusa Foto Festival (29 giugno – 19 agosto 2018).

Cover Image: © Cecilia Del Gatto, Sopravvivere.
Courtesy Ragusa Foto Festival

www.ragusafotofestival.com