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Andrea Pertoldeo

> Come si insegna fotografia in un momento in cui la fotografia è  ‘a portata di tutti’  – con l’ovvio riferimento alle possibilità tecniche offerte dagli smartphone – e in particolare alle generazioni di studenti del secondo millennio?

Bisogna innanzitutto insegnare a guardare. Non è facile, ma in un’epoca in cui tutti, ma proprio tutti, sono diventati fotografi è necessario conoscerne il linguaggio, è fondamentale essere consapevoli che la fotografia ha il potere di mostrare più e meglio di ciò che si vede con gli occhi e la costruzione di una fotografia o la scelta di una fotografia piuttosto di un’altra ne determina la sua forza. Il fare fotografie è diventato il principale mezzo di comunicazione, democratico e universale, quasi un nuovo esperanto globale e proprio per questo dobbiamo essere consci che l’immagine condivisa veicola informazioni e scelte che devono essere comprese prima di tutto da noi stessi che le facciamo.

>“Stazione di servizio”: un titolo, un compito assegnato che oltre al naturale riferimento al luogo e alle funzioni del luogo appunto, con un salto concettuale si può applicare allo stesso concetto di ‘mostra di studenti’. La stazione che è un po’ come una mostra,  comunque un punto fermo, che sia di arrivo, come conclusione di un processo o di partenza per ciò che può suggerire e aprire  e ‘servizio’ che ricorda la definizione di ‘servizio fotografico’ che oggi appare quantomeno nel lessico superata, ma che fa riferimento a un ‘compito assegnato’.

Questa tua interpretazione o salto, è molto interessante. In effetti l’aspetto didattico degli esercizi, in particolare di questo che ha determinato la “mostra degli  studenti” è fondamentale per apprendere il linguaggio della fotografia. Era necessario trovare un luogo che avesse determinate caratteristiche: un luogo contemporaneo, con oggetti caratteristici ma in nessun modo pittoreschi o con un design troppo progettato, un luogo con delle forti connotazioni comuni in modo da generare un immaginario, un dispaly che potesse reggere il rimescolamento in una mostra collettiva che diventa appunto la mostra del corso, che alla fine non è altro che una verifica, un esame visivo che deve funzionare.

Produzione, stampa, allestimento, cornice, montaggio… in un’epoca in cui la fotografia si impone per le sue qualità (digitali) di condivisione e accessibilità come si confrontano e reagiscono gli studenti chiamati a riflettere sugli aspetti formali di una presentazione in esposizione o di un libro?

Durante il corso abbiamo affrontato questa questione. L’opera può essere un file magari neanche post-prodotto? La risposta è no. Ci deve essere una cura in tutti gli aspetti del proprio operato: la scelta della macchina fotografica adatta al progetto, il modo di post-produrre il file, la stampa su un certo tipo di supporto, il passe-partout, la cornice, quanta luce colpirà l’opera esposta, quante opere in proporzione allo spazio espositivo. Ognuno di questi aspetti determinerà poi un giudizio sulla cura e naturalmente sul progetto esposto. Gli studenti hanno capito che non è solo una questione di soldi, si può fare una mostra raffinata con un basso budget. Nel caso specifico di “Stazione di servizio” abbiamo chiesto ad ogni studente di stampare dieci fotografie da uno stampatore convenzionato con un costo a studente di 4 euro. La somma dei 660 fogli A4, alcuni dei quali girati come ulteriore sintesi ha generato l’allestimento e il colpo d’occhio è stato buono.

Per Picabia ‘l’arte è il culto dell’errore’, come ci si confronta con l’errore e in particolare con l’errore fotografico, citando Chéroux, in ambito didattico-accademico? Per circostanziare è più interessante aggirarlo o sfruttarlo?

L’errore è sempre un’occasione di riflessione, per capire cos’è che effettivamente non funziona in un determinata fotografia. Trovata l’inquadratura, attirati da un oggetto determinato, è necessario non fare mai una sola fotografia, è fondamentale provare con delle varianti della stessa perché facendo un semplice passo indietro o avanti, facendo entrare ad esempio un pezzo di un muro o un albero lontano, quella nuova inquadratura potrebbe risultare più convincente. Spesso l’errore può essere di spunto per trovare una giusta via a ciò che si vuol fare, quindi la risposta è che l’errore va sempre aggirato e ogni tanto sfruttato.

Andrea Pertoldeo è un fotografo, docente di fotografia presso l’Università Iuav di Venezia. È coordinatore e responsabile scientifico del Master Iuav in Photography, insieme a Stefano Graziani. Attualmente sta lavorando per il Ministero della Cultura del Canada sul Padiglione canadese della Biennale di Venezia. Ha partecipato a numerose mostre e progetti sulla fotografia contemporanea, fra i quali Chiese chiuse di Venezia, 2018 (a cura di Sara Marini); La fine del nuovo, 2017 (a cura di Paolo Toffolutti); Red Desert now!, 2015; Sono stato lì, 2015 (co-curata con Stefano Munarin); Urbs oblivionalis. Urban spaces and terrorism in Italy presso la XIV Biennale di Architettura di Venezia, 2014. Assieme ad Angela Vettese, Stefano Graziani e Amedeo Martegani ha curato la parte di fotografia di Artefiera 2017 e, per ad Artefiera 2018, le gallerie della sezione Photo. Nel 2017 ha pubblicato Blue Dust per a+mbookstore. Sue fotografie sono state pubblicate in diverse riviste internazionali come Aperture, Genda, Domus, Casabella.

Cover image: installation view della mostra Stazione di Servizio, Cotonificio, Venezia.

http://www.iuav.it