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DON’T MAKE THEM TELL YOU WHERE THEY COME FROM: conversazione con Marco B. Fontichiari

>Metronom: Il titolo della mostra Don’t Make Them Tell You Where They Come From riflette sul processo creativo, e sulla relazione fra opera e realtà da cui questa è generata. Come pensi che il tuo lavoro si inserisca all’interno di questa riflessione?

>Marco B. Fontichiari: Alta Fedeltà è stato creato processando degli inni nazionali da strumenti informatici che lasciano tracce delle informazioni originali. Per esempio il testo è frutto di una traduzione tramite Google Traslate di testi musicali poi cantati a un cellulare che trascrive il nuovo brano. Il colore dello sfondo sfuma seguendo le onde audio della canzone. Il risultato mostra quindi elementi strettamente legati alla loro origine ma mascherati da nuove vesti.

>M: Alta Fedeltà (2019) è un lavoro che riflette sulla tua doppia nazionalità e sul tuo composito bagaglio culturale: su uno schermo proietti la trascrizione di brani dell’inno nazionale americano e italiano al ritmo del tuo canto. Tra i tanti simboli nazionali, perché hai scelto proprio l’inno?

>MBF: Oltre agli inni nazionali, nel video sono presenti anche le bandiere: questo perché sono tra gli strumenti più utilizzati per mostrare il senso di appartenenza al proprio paese. I colori sono legati a quelli delle bandiere, le sfumature passano dal rosso al verde per l’Italia e dal rosso al blu per gli Stati Uniti; invece il bianco che li accomuna è il colore del testo. Più che altro volevo giocare con l’assurdità dei concetti nazionalistici.

>M: Nell’opera compi una doppia traduzione: traduci in chiave visiva un brano audio, e traduci anche la lingua in cui vengono trascritti i testi. Puoi spiegare queste scelte?

>MBF: Lavoro con la traduzione perché trovo sia un modo efficace per arrivare a una sintesi: dopo i vari passaggi tende a estrarre dei contenuti puri. Le sfumature cromatiche create all’interno del video riportano il ritmo degli inni, nel testo rimangono la complessità e limiti del linguaggio parlato. Utilizzo il computer perché questi non potendo dare letture poetiche del contenuto, traduce oggettivamente in un risultato ironico ma comunque esteticamente appagante, stabilendo la superiorità poetica dell’uomo.

 

© Marco B. Fontichiari / Courtesy METRONOM