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Fabrizio Bellomo

> Com’è nata l’idea di Villaggio Cavatrulli? Qual è stato il processo, mentale e materiale, che ha portato al suo concepimento e infine alla sua realizzazione?

È un progetto nato e cresciuto a causa del mio girovagare estivo per la Puglia. Da più di una decina di anni, soprattutto in estate, fotografo questi resti e le zone estrattive pugliesi che li hanno generati. Da quelle – per esempio – messapiche a quelle ancora attive. Così. Per i primi 7/8 anni ho realizzato queste fotografie senza immaginare minimamente che sarebbero divenute parte di un progetto. Era più un qualcosa fatto per puro piacere personale. Realizzato nei luoghi che amo e che abitualmente frequento da sempre. Negli ultimi anni invece è cambiato qualcosa ed è stato come se il lungo periodo (divenuto ora) di incubazione, abbia portato a una vorace voglia di formalizzazione ed ‘esternazione’: così questi appunti del girovagare si sono trasformati in “Villaggio Cavatrulli”.

> Il progetto ha visto anche la partecipazione di Ugo La Pietra. Com’è nata la collaborazione e come ha influito sul tuo lavoro?

Tramite Rossana Ciocca, è stata lei che – a Milano – ci ha voluto presentare. Stimo molto Ugo e credo che ci sia qualcosa che ci unisce nell’essere entrambi interessati alla cultura vernacolare così come alla multidisciplinarietà. La sua collaborazione è stata limitata nella realizzazione di due opere che abbiamo co-firmato, in cui lui ha disegnato e io ci ho messo le fotografie e le indicazioni ‘precise’ sul come realizzare questi disegni.

Come collochi Villaggio Cavatrulli all’interno del tuo percorso artistico? C’è un collegamento (teorico, tecnico…) tra l’analisi della fotografia digitale, oggetto dei tuoi precedenti lavori, e la mappatura di un paesaggio?

È vero mi sono interessato spesso di rappresentazione. (E non solo di fotografia digitale). Ma non ho mai circoscritto la mia voglia di conoscere… Comunque la mappatura stessa – come concetto – è un potenziale trait d’union fra le due cose da te citate: “Cavatrulli” e i precedenti lavori sulla rappresentazione. Mappare un paesaggio attraverso l’archiviazione delle immagini che lo rappresentano o mappare un volto attraverso la traslazione in numerico dei ‘Tasselli’ che lo rappresentano, sono in fin dei conti due operazioni molto molto simili. Un’altra sfaccettatura in comune ai miei lavori è poi questa attenzione per lo scarto (comune a un innumerevole numero di artisti): in “Cavatrulli” trattasi di scarti architettonici di pietra, mentre, per esempio, nel lavoro sulle prove colore – sono questi fogli di carta destinati al tritacarte ad aver attirato le mie attenzioni.
Ma comunque non amo collocare, collocarmi né tanto meno essere collocato. Sinceramente.

>Villaggio Cavatrulli è un progetto che si compone di due fasi: il risultato della prima è quello che vediamo esposto oggi al padiglione Italia, ossia la mappatura dei resti delle cave erose, mentre il secondo, ancora in fase di realizzazione, consiste nella progettazione di un possibile impiego per uso abitativo di questi “scarti”.
Pensi che sia possibile coniugare, in un contesto così complesso come quello italiano e pugliese, una visione utopica dell’abitare a una poi concretamente realizzabile?

“Villaggio Cavatrulli” è prima di tutto un’idea. Un’idea di diverso utilizzo e concezione del territorio e delle modalità estrattive effettuate sullo stesso.
Progettare l’estrazione. Bisognerebbe tornare a progettare l’estrazione. “Villaggio Cavatrulli” non è nulla di nuovo, ma semplicemente una rivisitazione in chiave contemporanea delle antiche modalità di utilizzo del territorio: basta rivolgere lo sguardo a molte architetture ipogee per rendersene conto…
Sulla fattibilità… beh abbiamo già iniziato un reale percorso di realizzazione giù in Salento – a Cursi – in una cava della Pitardi Cavamonti Srl. Loro seguono, finanziano e partecipano al progetto da tempo. Stiamo insieme (e anche attraverso la collaborazione dell’architetto Domenico Pastore) realizzando per la prima volta in chiave industriale, un processo di estrazione frutto di una “progettazione concava”. A monte. In modo da non dover ogni volta chiedersi cosa fare con questi buchi creati nel paesaggio dal processo di estrazione. Ma progettarli e modellarli a priori. Questi buchi. Come si faceva con gli Ipogei, appunto. Ovviamente il tutto è in una fase sperimentale. Sperimentale ma reale.

Fabrizio Bellomo (Bari, 1982) Vive e lavora tra Bari, Milano e Berlino.
Artista, curatore e regista, porta avanti la sua ricerca in modo ibrido e multidisciplinare. I suoi lavori audiovisivi, fotografici e installativi sono stati esposti in Italia e all’estero in mostre personali e collettive, attraverso progetti pubblici e festival cinematografici. Il suo film L’Albero di Trasmissione è stato presentato al 55° Festival dei Popoli. Ha curato le pubblicazioni Le persone sono più vere se rappresentate, Postmedia Books, Milano, 2014; L’isola che non c’è. Bari, quartiere San Cataldo, Linaria, 2015; Meridiani, paralleli e pixel. La griglia come medium ricorrente, Postmedia Books, Milano, 2017. Nel 2018 Fabrizio Bellomo è stato selezionato per Arcipelago Italia, padiglione italiano della 16. Biennale di Architettura di Venezia.

Cover Image: © Fabrizio Bellomo, Villaggio Cavatrulli; archetipo 6; archivio fotografico; 2010-2015
Courtesy Fabrizio Bellomo