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FACE2FACE // Luca Massaro e Marco Signorini

Conversazione tra Luca Massaro e Marco Signorini all’interno della Project Room Face2Face, allestita in Metronom durante la summer residence di Luca Massaro, Seeing Double (22 giugno – 21 luglio 2017).

> Luca Massaro: Ciao Marco, ci siamo sentiti per la prima volta anni fa per email per il tuo blog online, poi siamo diventati amici virtuali su Facebook, poi di recente ho “visitato” la tua mostra a Metronom attraverso le immagini immersive a 360° che hai realizzato come documentazione dell’installazione. In “Le Musée Imaginaire” André Malraux scrive di “un museo senza pareti, un’architettura immaginaria costruita sulle possibilità e proliferazione della riproducibilità fotografica”. Internet pare un’espansione continua di questo concetto. La riconfigurazione dello spazio fisico del museo (o più in generale dello spazio espositivo) attraverso la tecnologia digitale e i social network, sintomatico dell’ibridazione tra reale e virtuale, è e sarà un interesse costante nell’attività curatoriale ed editoriale di un progetto iniziato qualche anno fa e Reggio Emilia e che continuerò a Milano (gluqbar.xyz). Da artista e professore, come credi che si possa creare una connesione proficua tra lo spazio espositivo fisico e il mondo virtuale?

Marco Signorini: Ciao Luca, piacere di rincontrarti su queste sollecitazioni che poi sono anche miei argomenti di lezione in accademia e pure pratiche di progettazione personale. Per quanto mi riguarda non trovo più possibile separare il presunto virtuale dal reale in quanto fisico. Internet è un reale nel reale tutto, anche se indubbiamente con le sue caratteristiche di relazione e fruizione del materiale che vi circola. Le esperienze curatoriali ed editoriali che stai portando avanti sono logiche condivise di un concetto di dispositivo mobile, aperto e non di controllo di un modo di pensare non solo l’arte e la cultura ma la società in generale. L’idea di museo senza pareti di Malraux è certo ampliato dalle possibilità tecnologiche, prima la fotografia come pre-tecnologia di frammentazione e riformulazione dell’esistente, oggi basti pensare la navigazione sia orizzontale che verticale fattibile sui motori di ricerca. La Adobe Systems inaugurò The Adobe Museum of Digital Media nel 2010 invitando artisti ad “esporre” con opere apposite, spesso interattive. Pure alcune iniziative di Metronom, la tua pure in residenza, hanno previsto spazi espositivi e di riflessione critica paralleli alla mostra in galleria e credo che gli sviluppi in questa direzione potranno essere molto interessanti. Si tratta di ampliare il concetto di veridicità di “opera” e di “contenuto”, sia come forma visiva sia come testo, che ancora patiscono un giudizio di meno autorevolezza se esposti nella sfera digitale se pensata separata dal reale. A me piace considerare anche i vari software come luoghi dove avvengono accadimenti e spesso esorto gli studenti ad avvicinarsi a Photoshop, per esempio, con curiosità per intraprendere un viaggio in posti sconosciuti sottoponendo le immagini come a percorsi di “formazione”. Parto dal presupposto che non siamo più nell’ambito della fotografia e anche questo è un problema che ancora ci portiamo dietro. Ma ritengo che la connessione più importante non sia tanto quella fra virtuale reale ma fra l’immaginazione e il reale che ne sarà. L’immaginazione è una pratica costante di connessione fra pensiero e realtà concreta, dove quest’ultima può diventare verifica e pratica di pensiero immaginativo. In accademia, una volta realizzato un progetto, chiedo di visualizzare ipotesi di allestimenti del progetto stesso, che siano pensati come mostre, in rete oppure come videoproiezioni, in ogni caso contestualizzando l’opera che ne deriverà. Immaginare l’opera, partendo dall’immagine, è una pratica molto costruttiva di saperi, dal tecnico al concettuale, e che ti porta a confrontarti con un contesto per aderirci, è un prolungamento del linguaggio e capisci che c’è continuità fra idea e realtà, è un flusso, non c’è separazione. Anche tutto il tuo lavoro mi appare come un flusso.

> LM: Sì sono d’accordo che il virtuale sia inseparabile dal fisico, nell’arte come nella vita. Per restringere il campo al tema dell’esposizione, vorrei fare riferimento ai “Dual Spaces” (Brad Troemel 2010 in “Peer Pressure”), gallerie indipendenti, in cui i “partecipanti” a una mostra non sono più solo quelli che visitano nei giorni di apertura o all’inaugurazione, ma anche la viewership online: artist-run space in cui il fine è più spesso la creazione di capitale sociale per un gruppo decentralizzato di artisti che un ritorno economico dai canali tradizionali (per esempio il rapporto diretto tra gallerista e collezionista, sostituito sempre più spesso dalle concentrazione nelle fiere di settore). Credo nella necessità di andare oltre il determinismo tecnologico e la feticizzazione dell’era digitale e della sua “rivoluzione”, e invece osservare ciò che avviene ora come “rimediazione” (Bolter & Grusin, 1999) e negoziazione di quanto è accaduto prima più che una rottura pre e post-internet (anche perchè io nato nel ’91 non ho ricordi di una vita pre web). Penso che il Web per la mia generazione sia da considerarsi un medium come lo è la pittura o la scultura: trovo interessante quando uno strumento viene ricontestualizzato ed enfatizzato nelle sue caratteristiche (cosa che l’arte ha fatto dal modernismo) e che sia compito di ogni generazione approfondire il tipo di materiale che più caratterizza il suo tempo. Capisco cosa intendi quando parli di non essere più “nell’ambito della fotografia”, ne abbiamo anche parlato al telefono: l’importanza oggi di pensare all’installazione o all’edit e non più solo allo scatto, un’attenzione al “contesto” e non più solo al “testo”. Forse però proprio la componente di “scrittura” che etimologicamente caratterizza la Foto-Grafia è un aspetto di intenzionalità/progettualità che la distingue dalle “foto” e dalle “immagini”: da qui il titolo del mio primo lavoro e un legame forte tra la mia pratica e la Fotografia oggi, nel suo equilibrio estetico di essere-nel-tempo e atemporalità rispetto alle mode passeggere. Photoshop è sicuramente uno strumento che definisce il nostro rapporto con le immagini oggi: sono d’accordo con il tuo metodo d’insegnamento e di riflessione personale e non può che fare bene a noi figli di Ghirri, “uccidere il padre” in Accademia o almeno spaccare i pixel di alcune sue immagini; personalmente non mi interessa la postproduzione se fine a se stessa, perchè il rischio è la deriva pittorialista del medium fotografico e non ne vedo sempre la “necessità”.  Molto diverso e per me fondamentale è il lavoro di Lucas Blalock “Windows Mirrors Tabletops” che aggiorna scherzosamente la famosa definizione di Szarkowski al mondo contemporaneo meno diadico e binario e anche virtuale rispetto agli anni 60; o per rimanere in Italia l’ultimo lavoro di Alessandro Calabrese che, con un gesto semplice appiattisce il circuito di distribuzione e fruizione dell’immagine online a un’instantanea di oggi. Per ritornare in conclusione al punto di partenza del museo virtuale e alle tue ultime considerazioni, credo che la sperimentazione e innovazione vera provenga sempre dagli artisti più che dalle compagnie (es. Adobe Systems e Museum) o gallerie tradizionali che giustamente sono legate a un ritorno di profitto: la mancanza di “autorevolezza” e “veridicità” nella sfera digitale può forse essere anche il punto di forza del medium così come la pagina del magazine lo era per Dan Graham o Walker Evans. Alexander Dorner ha descritto il museo come “space of flux or permanent transformation, oscillating between object and process” aggiungendo che “the museum only makes sense as a pioneer”. Alcune letture fatte online sono fondamentali per lo sviluppo di Gluqbar.xyz che non potrebbe esistere senza Internet, quindi vorrei concludere il mio intervento con la condivisione di 5 link simbolici di approfondimento. Grazie Marco!

Les Immateriaux- Jean-François Lyotard

Museum In Progress, Vienna

Nanomuseum Hans Ulrich Obrist + Hans-Peter Feldmann

“Fun Palace” – Cedric Price

“Musée d’Art Moderne, Département des Aigles, Section des Figures” – Marcel Broodthaers

MS: Luca, concludo in breve e trasversale con contributi che spero non troverai incoerenti (l’apparente salto all’indietro mi è dato dalla tua espressione: una vita pre web). Tutto parte con Never Known, un pezzo dei Durutti Column, gruppo inglese post-punk nato nel 1978 e il cui primo album “The return of the Durutti Column” si ispira all’Internazionale Situazionista e al libro Mémories del 1959 di Guy Debord e Asger Jorn. Un video musicale homemade, dei manufatti, un mondo di pensiero. Precedenti ma in una logica di apertura dei linguaggi e loro conseguente catalogazione. Dici che Gluqbar.xyz non potrebbe esistere senza Internet e ci credo. Oggi Il web e il virtuale sono luoghi, per dirla alla Hillman (che forse non sarebbe d’accordo), dove ri-assorbire un reale vissuto e ri-costruire esperienze di un reale allargato.

 

Cover image: Luca Massaro ft. Marco Signorini, Untitled, 2017

 

Seeing Double // Luca Massaro + guests
Artist residence + project room
Metronom // 22.06 – 21.07