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Face2Face // Luca Massaro e Daniele de Luigi

Conversazione tra Luca Massaro e Daniele de Luigi all’interno della Project Room Face2Face, allestita in Metronom durante la summer residence di Luca Massaro, Seeing Double (22 giugno – 21 luglio 2017).

> Daniele de Luigi: Quando parli di Vietnik il termine più rotondo per farlo è in inglese, che poi è in latino: persona. Racchiude i temi dello sdoppiamento, dell’ambiguità, della maschera, del gioco dei ruoli. Fa tornare in mente anche l’omonimo film di Bergman: la falsità dei gesti, la diabolicità del reale…

Luca Massaro: Sì, esatto. ‘Persona’ poteva tranquillamente essere un titolo o sottotitolo di Vietnik. Quindi sì “maschera” e “character”, ma anche immagine pubblica come costruzione (ad esempio la presentazione pubblica di noi stessi tramite social media) e formazione di una “mitologia individuale” (Harald Szeemann). Come nei lavori precedenti, sono partito da un’anfibologia semantica ma anche qui c’è nascosta una piccola componente autobiografica: Vietnik era un progetto musicale, con pseudonimo preso in prestito da un dialogo su Dylan in un film di Godard.

> DdL: Vietnik è quindi una sorta di autoritratto come “building” (Mark Manders) e “bildung” (in letteratura “romanzo di formazione”). Sono io ma non sono io, come quando tutti noi moderni narcisi schizofrenici controlliamo il nostro profilo Instagram. E non è esattamente e solamente umano: “un ibrido di macchina e organismo, una creatura che appartiene tanto alla realtà sociale quanto alla finzione; la realtà sociale è costituita dalle relazioni sociali vissute, è la nostra principale costruzione politica, una finzione che trasforma il mondo” (Donna Haraway).

LM: Per questo ho voluto evitare la fiction e l’essay teorico, l’autobiografia e il documentario, per una forma mista. Infatti più che il classico Bergman con il suo bel cinema, questa volta mi hanno ispirato i brutti biopic (biograph + epic) che ogni giorno escono su Netflix, i documentari agiografici sulle rockstar appena morte, i film candidati all’Oscar sempre più spesso tratti “da una storia vera”. Oltre all’aspetto formale, che mi ricorda una versione patinata e meno poetica dei film/documentari di Herzog, mi sono chiesto come questa tendenza del consumatore culturale contemporaneo sia legata alla costruzione performativa delle nostre identità sociali.

> DdL: Questo tuo progetto Vietnik continua ad evolversi, non solo ampliandosi col tempo, ma adattandosi alla forma espositiva e al contesto, in questo caso un allestimento dedicato negli spazi di Metronom. Si ha l’impressione che potresti portarlo avanti per chissà quanto, togliendo e mettendo materiali per porre l’accento ogni volta su un aspetto diverso.

LM: Sì, forse il modo migliore per rispondere è accennare a un’analogia musicale e raccontare il momento della prima presentazione di Vietnik a Düsseldorf nel 2016 – prima ancora del secondo viaggio in America, del sito internet, delle installazioni qui e a Fotografia Europea, dell’uscita del libro che forse chiuderà questo ciclo.

Due giorni prima del talk di Düsseldorf è apparsa online una preview dell’album di Kanye West “Life Of Pablo” con un sample di Arthur Russell. Russell è un personaggio fondamentale all’interno del libro Vietnik (grazie alla collaborazione di Tom Lee, che nel 2015 mi aveva dato accesso al suo archivio) e un maestro del lavoro aperto in continua revisione. In maniera non molto diversa da Russell negli anni 80, ma nel mainstream digitale, West descrive il suo album come “living breathing changing creative expression”: “non più solo un’istantanea ma un flusso di dati ininterrotto”, un work-in-progress musicale che comprende streaming online, una preview live, “magliette, tweet, un lookbook di moda, video, filmati documentari e backstage, pagine web nascoste, oltre che le canzoni nelle loro varie fasi di evoluzione” (NYTimes). Per questo il giorno del talk ho deciso che ogni presentazione di Vietnik sarebbe stata unica e in continua evoluzione in base al contesto e che le avrei tutte archiviate in maniera più o meno accessibile qui: https://vietnik.persona.co/

Ho deciso di intitolare il libro Vietnik e non Persona per sfruttare tutta la complessità che un edit in formato libro consente, nella somiglianza tra il medium utilizzato e la mente di una persona. Nell’installazione invece mi interessa creare un ambiente in cui sottolineare aspetti più diretti e intuitivi. Per lo stesso motivo se devo disegnare un sito o una maglietta provo a sfruttare a mio favore le caratteristiche del mezzo e della situazione specifica, come un djset che si adatta al contesto in cui viene suonato, o come le barzellette che si trasformano ogni volta che vengono raccontate.

> DdL: Dal punto di vista fotografico il tuo lavoro si risolve in un display piuttosto tradizionale, nonostante le numerose contaminazioni che metti in campo, una tra tutte la musica. Se dovessi però fare un paragone con un’altra disciplina, direi che il tuo modo di procedere e raccontare è vicino soprattutto alla pratica letteraria, e forse non è un caso che i tuoi vari riferimenti siano artisti di vari campi ma tutti molto legati alla letteratura.

LM: E’ vero, non ci avevo pensato ma 3 artisti di 3 ambiti diversi con cui sono cresciuto avevano un rapporto privilegiato con la scrittura: Robert Frank e Jack Kerouac, Alighiero Boetti e Sandro Penna, Bob Dylan musicista addirittura ultimo premio Nobel per la letteratura. Ma in Vietnik le immagini del libro assomigliano più a canzoni di un LP che a un romanzo, e mentre scattavo le prime fotografie il filo conduttore era quasi sonoro: avevo in mente di fotografare il “wild mercury sound” di cui parla Bob Dylan nel periodo di Blonde On Blonde, un suono antico e nuovo insieme; poi anche le novità concettuali e strutturali di album degli ultimi due anni, nuovi e antichi insieme, “Persona” di Lorenzo Senni e “The Life Of Pablo” (per rimanere su titoli a tema “biopic” e “persona”), e Blond(e) di Frank Ocean, un album doppio come il quasi omonimo di Dylan.

Per quanto riguarda il display mi interessa utilizzare i codici classici ed elementari della storia dell’arte attraverso i mezzi e le riflessioni che caratterizzano la mia generazione. Mi influenza quello che fanno gli artisti miei coetanei in giro per il mondo: mi sforzo però di evitare la “sperimentazione” fine a se stessa dove l’allestimento di moda nasconde un contenuto muto, che ci porta a vedere un anno solo installazioni alla Tillmans, poi alla Katja Novitskova, poi tutti con l’archivio, poi il pittorialismo da Photoshop, poi dopo 5-10 anni di nuovo dal punto di partenza. Preferisco la coerenza di Christopher Williams, o “la normalità come prossimo effetto speciale” di Richard Prince, o l’appropriazione storica dei codici del minimalismo da parte di artisti successivi come Felix Gonzalez-Torres, o negli ultimi anni Sam Falls, che con eleganza e personalità riescono a parlare con chiarezza di oggi– e credo anche di domani grazie al loro dialogo con il passato.

Per la project room dell’installazione a Metronom ho voluto collaborare con il musicista e amico Dumbo Gets Mad che ha realizzato appositamente un mixtape in risposta alle immagini di Vietnik, come una colonna sonora che costruisce uno spazio, due casse faccia a faccia, illuminate solo dalla luce del lightbox dell’amplificatore. Anche nella mia prima installazione “Quasi-Quasi” a Roma c’era una componente sonora e un titolo con riferimento al doppio, e all’apertura della fotografia a varie contaminazioni. La novità qui sono i lightbox, l’utilizzo dello scanner come macchina fotografica (che inserito nella semplicità dell’allestimento quasi non si nota), la posizione dello still life degli stivali in dialogo con la mostra collettiva precedente: insomma una serie di “ritornelli”, di contrappunti tematici e ritmici in risposta allo spazio e tempo dell’installazione e residenza a Metronom.

Cover image: © Luca Massaro, Google Street View, Silicon Valley, 2017

 

Seeing Double // Luca Massaro + guests
Artist residence + project room
Metronom // 22.06 – 21.07