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Kenta Cobayashi

> Metronom: Vivi a Tokyo all’interno di una residenza condivisa con altri artisti, che inserisci / ritrai nelle tue opere. Come descriveresti la tua personale esperienza artistica della città di Tokyo?

Kenta Cobayashi: Vivevo a Tokyo fino ad un anno fa – ora vivo altrove. È un’esperienza unica aver vissuto in una città investita da una trasformazione a ritmo serrato, dovuta in particolare alle Olimpiadi di Tokyo 2020, e avere ora la possibilità di osservarla dal di fuori. Una cosa che ricordo con affetto sono le tante passeggiate notturne con gli amici, dalle 2.00 della notte fino al mattino. Proprio qui però, mi sono stancato di seguire il traffico della scena metropolitana, tra discoteche e ambienti alla moda, e semplicemente vagare; è nato in me il desiderio di impegnarmi a visitare luoghi come i tanti santuari che punteggiano la città. Il senso del tempo di cui facciamo esperienza dal progresso di una città in sviluppo continuo – costantemente rivitalizzante con un vigore simile a quello del feed di Instagram – è in coesistenza con il senso del tempo trasmesso attraverso la mitologia, risalente a migliaia di anni, incastonato in questi santuari. Forse Tokyo è stato il luogo ideale per conoscere le molte “stratificazioni di tempo”. Anche la vita all’interno di una casa condivisa mi ha fornito informazioni sulla percezione del tempo. Quello che mi ha colpito di più è stata la scoperta di una coincidenza di tendenze sincronizzate emersa in diverse comunità che si sono ramificate da un’unica casa condivisa. Nello specifico, durante lo stesso periodo in cui ci eravamo dedicati allo studio della mitologia giapponese, anche un precedente membro della residenza condivisa, con il quale non ero in contatto da tempo, si stava dedicando allo stesso tema. È stato come aver fatto esperienza di una piccola dose di sensazione primitiva

> M: Ti sei definito un “nativo digitale”. La tua pratica può essere considerata più vicina al “link” o al “pulsante di condivisione”, per cui intendo più vicina a “realtà iper-testuali” o in qualche modo costituita da citazione e appropriazione?

KC: Se dovessi riformulare le parole “link” e “pulsante di condivisione”, direi “wormhole” [1]. Le immagini sono deformate – come se degli insetti se ne fossero cibati – con la mia intenzione di esprimere che le fotografie sono il risultato di una interferenza da una dimensione diversa, al di là dello strato bidimensionale proprio della fotografia. Penso che il concetto di “ipertesto” possa essere considerato un ramo della filosofia in se stessa. I “testi ordinari” che non contengono link non verranno mai visionati da altri, se non dai loro stessi autori. Non c’è significato in questo tipo di spazio. L’atto di aggiungere dei collegamenti – e quindi di interconnettere con universi differenti – dà vita ai testi per la prima volta. Diciamo che un “clic” su un link passa dalla pagina A alla pagina B. In quello specifico momento in quale delle due pagine è situato l’utente? Questo è il tipo di “senso dello spazio” che voglio manifestare nelle mie opere. Una fotografia viene catturata con un “clic” e viene distorta allo stesso modo con un “clic”.

> M: Nella mostra From My Point of View (in Metronom, fino al 22 Aprile 2018) presenti un’opera composta da una “griglia” di nove stampe, dal titolo “Hello #square #smudge”. I segni grafici che determinano il lavoro sembrano rincorrersi da un singola fotografia all’altra. Potresti descrivere questa opera e il suo legame al tuo progetto a lungo termine “Everything”?

KC: Questo mi collega alla risposta sopra menzionata: voglio esprimere il concetto che una singola immagine non esiste indipendentemente dal resto: “tutto” si collega da ogni tipo di angolazione. E a causa di questa interconnessione, un’immagine è costantemente in dialogo con “tutto”. In questo lavoro mi concentro su un “quadrato”. I segni grafici di ogni fotografia vengono sovrapposti e intrecciati a quelli di altre fotografie tramite un cursore del mouse, estendendo i dati del colore incorporato nel quadrato di bitmap – l’unità di base di un’immagine.

> M: In mostra presenti anche una video installazione. Come ti rapporti al video come medium? Quale il tuo approccio personale alla tecnologia e alla sua obsolescenza?

KC: Mi interessa lo “strato di tempo” comprensibile e descrivibile attraverso il supporto video. Qui, i segni grafici trascendono i vari strati temporali, collegando così il lavoro in un unico tema. Ricevo lo stesso tipo di sensazione quando fotografo nello stile della straight photography. La tecnologia, nella sua superficie, si mostra come una realtà in cui una grande varietà di cose appaiono e scompaiono, una dopo l’altra. Riflettiamo, tutto in realtà funziona sulla superficie (interfaccia) del concetto che noi definiamo “tecnologia”. Essa incarna una universalità che si applica a tutti i periodi di tempo (anche l’epoca in cui sono state prodotte le prime pitture murali nella grotta di Lascaux 20.000 anni fa). La storia dell’umanità può essere vista come una danza con la tecnologia: ci stringiamo e ci abbracciamo, a volte inciampiamo a causa del suo notevole peso e occasionalmente facciamo giri leggeri. E ora, l’umanità dovrà fare il prossimo passo in avanti con l’imminente arrivo dell’era dell’Intelligenza Artificiale. Se non lo realizziamo, limitandoci a contemplare il tipo di passaggio da compiere, non saremo in grado di ballare con grazia.

> M: Nel tuo lavoro è percepibile una personale attitudine alla distorsione. Perchè senti la necessità di intervenire all’interno della realtà digitale? Come ti confronti con le tematiche del ‘gesto’ e dell’ ‘improvvisazione’ dei segni?

È evidente che la densità del “mondo digitale” continuerà a crescere in modo esponenziale in tutto l’universo. Con questo status quo, ho pensato, perché non prendere l’iniziativa di tuffarsi in questa distesa e “nuotare” – come un bambino che infila un dito in una pozza d’acqua per giocare? Gli adulti potrebbero pensare che sia un atto privo di significato. Al contrario le persone possono imparare dalle increspature dell’acqua, dalle caratteristiche o dall’influenza della gravità sulle singole molecole d’acqua. Credo che l’universo in cui viviamo sia incorporato in tutte le cose / realtà create dagli esseri umani.

[1] wormhole ‹uë´ëm hól› [s.ingl. “buco a forma di verme” Comp. di worm “verme” e hole “buco”, usato in it. come s.m.] Denominazione di particolari connessioni spaziotemporali, per esempio tra universi differenti, ipotizzate in alcune teorie della gravità quantistica (da Dizionario delle Scienze Fisiche, Treccani)

Kenta Cobayashi (Giappone, 1992) Dopo una formazione alla Tokyo Zokei University, espone in mostre personali da G/P gallery (Tokyo, 2017 e 2016). Il suo lavoro è stato inserito in importanti mostre collettive come From My Point of View, Metronom (Modena, 2018); GIVE ME YESTERDAY, Fondazione Prada (Milano, 2016); New Rube Goldberg Machine, KAYOKO YUKI·KOMAGOME SOKO (Tokyo, 2016); New Material, Casemore Kirkeby (San Francisco, 2016); Close to the Edge: New Photography from Japan, MIYAKO YOSHINAGA (New York, 2016); trans-tokyo / trans-photo, Jimei × Arles International Photo Festival (Xiamen, Cina, 2015); The Devil May Care,  Noorderlicht Photogallery (Groninga, NL, 2015); The Exposed #7, G/P gallery Shinonome (Tokyo, 2014). Il suo lavoro è stato acquisito da importanti istituzioni come Asian Art Museum, San Francisco. Il suo primo libro fotografico ‘Everything_1‘ è stato pubblicato da Newfave nel 2016.

Cover image: © Kenta Cobayashi, “Hello #square #smudge”, 2017

http://kentacobayashi.com/