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MARTINA DELLA VALLE

Intervista a cura di Daniele de Luigi

DdL: Fin dai tuoi esordi hai posto al centro della tua ricerca artistica l’immagine fotografica, da una parte guardando con attenzione alle poetiche maturate a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, in cui con una grande libertà di sperimentazione formale si indagava la fotografia come oggetto sociale, dall’altra riportando la dimensione sperimentale anche sul piano della tecnica fotografica, spesso trascurato all’epoca poiché troppo legato a un’abilità artigianale a cui si guardava con sospetto. Cosa rappresenta per te la fotografia?

MDV: La mia ricerca si basa spesso su incontri casuali che attraverso il mio lavoro trovano una visibilità e vengono archiviati per testimoniare la loro presenza fisica, affettiva, storica o sociale. In un momento di sovrapproduzione e svalorizzazione dell’immagine fotografica, il recupero del valore artigianale e la talvolta non completa riproducibilità
dell’immagine fotografica (come ad esempio nell’uso del fotogramma o della cianografia) mi offre importanti luoghi di studio e di scoperta, sia formali che concettuali. Nell’automatismo meccanico del procedimento fotografico inserisco fattori imprevedibili e incontrollabili, legati a uno spazio o a un’azione specifica, che rendono il prodotto la rappresentazione di un processo unico e irriproducibile.

DdL: Sei molto legata al Giappone, dove sei stata ospite in residenza una prima volta nel 2009, tornandovi successivamente e continuando a sentirne il richiamo. Quali sono le affinità che senti tra la tua sensibilità e la cultura nipponica? In che modo credi che il tuo lavoro sia stato influenzato dall’averne potuto fare esperienza diretta?

MDV: Il Giappone e in particolare la città di Onomichi sono stati un fortunato incontro inatteso. Quando sono stata invitata a passare un mese in residenza all’università di Onomichi mi sono lasciata prima scioccare e poi completamente stupire da quello che mi sono trovata davanti. Le due esperienze che ho fatto in Giappone nel 2009 e poi nel 2015 sono state momenti ricchissimi di raccolta di spunti e influenze visive per riflessioni che poi si allargano ad altri temi e paesaggi anche più vicini ai nostri. Sono moltissime le cose che mi hanno colpito nei dettagli della vita quotidiana; dall’alto senso estetico che pervade tutto, alla la capacità di attribuire un valore simbolico speciale alle cose, siano queste microscopiche o apparentemente banali.

DdL: Il tuo recente progetto Wabi-Sabi ti ha avvicinata al tema della natura attraverso un progetto di workshop partecipativo legato allo spazio urbano. Come si colloca il workshop nella tua ricerca e come si svilupperà?

MDV: Il mio progetto Wabi-Sabi, esposto quest’anno prima da METRONOM e poi da DRYPHOTO Arte Contemporanea, nasce dal ritrovamento di alcune scatole di negativi in b&n di vari formati, raffiguranti composizioni di Ikebana. Avvicinandomi a questo materiale ho iniziato a interessarmi alla storia e alle tecniche di questa tradizione e a scoprire punti di contatto con la mia ricerca. Si tratta di un procedimento di osservazione e successiva appropriazione di qualcosa che è già presente in natura, che viene però separato dal proprio ambiente originario e ricollocato al centro di un nuovo contesto. L’ikebana parla del rapporto tra uomo e natura, e della bellezza di ciò che è di per sé impreciso e perciò unico e carico di un valore narrativo. Questo percorso è stato arricchito dall’incontro con Rie Ono, botanical artista e maestra di Ikebana. Dalla collaborazione con Rie è nato il progetto del workshop ‘One flower, one leaf’ che chiama i partecipanti a indagare i luoghi ai margini della vegetazione urbana e le specie spontanee tipiche di questi luoghi. Dai materiali reperiti in loco verranno prodotte delle composizioni floreali di forma e caratteristiche sempre diverse di luogo in luogo. Il primo workshop si è svolto a Prato in occasione della mia personale a DRYPHOTO, mnetre un secondo al MAXXI di Roma ad inizio Dicembre e altri sono in preparazione per il prossimo anno in località molto diverse tra loro. Una serie fotografica di still-life delle composizioni tornerà a formare un mio archivio: una collezione di ritratti vegetali ideali di territori urbani diversi in diverse stagioni dell’anno, visti attraverso gli occhi di chi ha partecipato al progetto.

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Workshop ‘One flower, one leaf’ condotto da Martina della Valle e Rie Ono al Maxxi, Roma (Dicembre, 2016)

Cover image : Martina della Valle, Wabi – Sabi , installation view of the show ‘Through the looking glass’, Metronom (Modena, 2016)

© Martina della Valle, 2015