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Michael Wang

Metronom: Sei stato selezionato da Fondazione Prada per il ‘Curate Award’ nel 2013, ma allo stesso tempo sei l’artista del progetto ‘Extinct in the wild’. Pensi che le due pratiche si sovrappongano o siano complementari tra loro? 

MW: Come artista sono coinvolto nei sistemi che condizionano la vita e la società contemporanea: il sistema economico, il sistema tecnologico e quello ecologico. Nella ricerca di possibilità per espandere la pratica artistica all’interno di questi sistemi, sono arrivato a comprendere l’arte – o il ‘mondo dell’arte’ – come un sistema. Impersonando aspetti di vari protagonisti e personaggi all’interno del sistema dell’arte, ho esplorato ed espanso il mio repertorio di strumenti della pratica dell’arte. Mi sono appropriato di meccanismi da art dealer, da collezionista e da critico. Il Curate Award ha offerto un’esplicita opportunità di sperimentazione del ruolo e della personalità di curatore . Volevo tornare alle radici della pratica della curatela – nel suo primario significato di ‘prendersi cura’ – per determinare una relazione alle realtà viventi sotto l’esclusiva cura delle specie umane. La pratica della curatela all’interno del ‘sistema dell’arte’ si muove all’interno di una sfera globale ed ecologica allo stesso tempo.

Nella tua mostra alla Fondazione Prada ‘Extinct in the Wild’, la ricerca è basata sulla dicotomia naturale / artificiale, che può in qualche modo essere traslata ad un contesto e discorso tecnologico. Come si colloca la tecnologia in questo processo?

Viviamo in un mondo rimodellato dalla tecnologia. Il cambiamento climatico e la progressiva acidificazione degli oceani hanno cambiato lo sviluppo e le condizioni dell’ambiente in questo pianeta. Gli effetti della tecnologia umana sono a dir poco inevitabili. In questo contesto, diventa difficile separare ciò che è naturale da ciò che è tecnologico / artificiale. Mentre la categoria ‘extinct in the wild’ (estinto in natura) presume una chiara distinzione tra naturale e artificiale, spero che questo lavoro richiami in questione queste categorie. Nell’epoca dell’Antropocene, forse tutte le specie potranno definirsi ‘estinte in natura’.

La tecnica ha una valenza positiva quando permette di preservare e studiare / osservare (come nel caso delle serre presentate all’interno della mostra) ma può avere accezioni negative quando è complice di un progressivo cambiamento ambientale. E’ questo un tema di ricerca a cui sei interessato?

Io desidero, il più possibile, sospendere ogni giudizio morale a proposito degli effetti della tecnologia. Le storie delle specie estinte in natura rivela e mette in luce gli ambivalenti effetti della tecnologia – come essa sia simultaneamente un agente di distruzione e di cura.

Il progetto della mostra presentata in Fondazione Prada è composto da installazioni di serre, mantenute e sottoposte alle cure giornaliere dello staff della Fondazione, e da una selezione di fotografie. Quanto questa serie di fotografie influenza il processo e la ricerca globale? Le fotografie sono da considerarsi un materiale di documentazione – alla stregua di un archivio, o piuttosto un materiale di partenza per la riflessione sottesa all’intero progetto?

La mostra estende le reti globali di protezione e cura, responsabili della vita e della persistenza di una specie individuale. La Fondazione Prada diventa un nuovo nodo concettuale, un nuovo personaggio in questo sistema di protezione e di custodia. Le fotografie sono una selezione di una serie tuttora in progess, nella quale ho documentato le località dove una specie fu per l’ultima volta osservata e studiata in cattività. Alcune delle specie documentate sono anche presenti all’interno delle teche in mostra. Le fotografie iniziano a rivelare la relazione tra l’esposizione e i più grandi networks di protezione e mantenimento del quale fanno parte. La mostra è concepita come un naturale passaggio e collegamento dal concetto di natura a quello di cultura. Le fotografie documentano questo passaggio.

Sopravvivenza, sorveglianza, custodia sono concetti che rimandano al concetto più ampio di controllo. Quanto è implicata l’ analisi dei meccanismi di controllo in questo progetto?

La tecnologia ha espanso le prerogative sulle quali le specie umane detengono il controllo. La biotecnologia e la bio-ingegneria usano processi naturali per finalità umane. Quando un sistema passa sotto il controllo umano, diventa disponibile e fruibile anche come medium per l’arte. In questo lavoro, i processi con cui gli uomini determinano la sopravvivenza di una specie sono allineati con il ruolo dell’istituzione artistica. Per queste specie che non hanno un habitat predefinito, sradicate e ricollocate in un ambiente in cui evolvono e persistono solo all’interno del circuito globale della cultura, lo spostamento (delocazione) e il collage non sono tecniche estetiche, ma strategie di sopravvivenza.

Michal Wang  Nato nel 1981 a Olney, nello Stato del Maryland, vive e lavora a New York. Dopo gli studi ad Harvard e a New York, consegue nel 2008 il Master in Architettura presso l’Università di Princeton. I suoi lavori sono stati esposti in Europa, Asia e Stati Uniti e pubblicati su numerose riviste specializzate come Mousse, Texte zur Kunst, Artforum e Cabinet, insieme ad alcuni scritti teorici dello stesso artista. Tra le mostre più recenti alle quali ha partecipato, Global Tone. Foxy Production, New York (2013); Michael Wang. Andrea Rosen Gallery, New York (2014); As We Were Saying: Art and Identity in the Age of “Post.” curata da Claire Barliant, The Elizabeth Foundation, New York (2014). Nel 2013 è stato selezionato da Fondazione Prada e Qatar Museum per il ‘Curate Award’. Il suo progetto ‘Extinct in the wild‘ è attualmente in mostra presso Fondazione Prada a Milano (fino al 9 aprile 2017).

 

Cover image: Installation view per Extinct in the wild, courtesy Fondazione Prada.