Copia di RAchele_GENERAZIONECRITICA

Rachele Maistrello

Metronom: Rachele, hai recentemente partecipato alla seconda edizione della residenza Livestudio a Metronom, dove hai realizzato una parte della più ampia serie One of Us, tuttora in corso.  Com’è nato il progetto e come si sta sviluppando?

Rachele Maistrello:  Tutto è nato circa due anni fa quando sono entrata in quella che si diceva fosse ‘tutti la chiamano la casa delle ragazze’. ‘Tutti la chiamano la casa delle ragazze’ è una nuova idea di casa, un territorio fatto di echi balcanici, pittura, presentimenti dell’età adulta e passati perduti; un nascondiglio, una tribù e un palcoscenico. È un luogo dove si ha l’impressione di esperire una forma primitiva, remota e pura dei rapporti e dei sentimenti. Sapevo che tentare di dare una forma a questo avrebbe comportato un’alta possibilità di fallire e cadere nel ridicolo. Ma la paura del sentimento è una remora da cui non voglio che il mio lavoro dipenda, e così ho iniziato a cercare di trovare un modo per trattare tutto questo, cercando di evitare l’autoreferenzialità e il sentimentalismo. One of Us nasce da una serie di scenografie allestite all’interno della casa, dove montagne di coriandoli trasformano una camera in un party distorto, e litri di schiuma e plotter marini aprono un cielo in un bagno di 5 metri quadrati. Ogni set è una grotta delle meraviglie che resiste per ore o per giorni fino a quando non arrivo alla fotografia finale; è un mondo visivo accurato e dinamico, con cui cerco di mostrare le ragazze attraverso la mia macchina fotografica e dar vita a un’eco mimetica della reciproca presenza. Ognuna di queste scenografie nasce da uno studio preciso sui materiali e sulla loro resa in base alla luce del flash; le interazioni delle ragazze danno forma ai materiali, forzando o mantenendo la loro velocità intrinseca. Questa ricerca nasce dal tentativo di trovare un meccanismo visivo capace di far scivolare il soggetto da singolare a plurale, e dare corpo alle interazioni. Ogni fotografia vacilla così tra la messa in scena e la fotografia di famiglia, tra il resoconto di una performance privata e una pittura astratta, giocando con i limiti e le contraddizioni del mezzo fotografico, che per mostrare può solo mascherare, e confondere le carte per suggerire una realtà altra da quella che si vede. Alcune delle fotografie sono state già esposte, altre sono inedite. L’idea è di mostrare tutto il lavoro compiuto in una fase finale, in cui si sentirà l’evoluzione visiva di tutta la serie.

Nei tuoi lavori fai ampio uso del ritratto, soffermandoti spesso su una linea di confine tra la sfera privata, interiore, e quella esteriore e sociale della persona. Cosa ti colpisce in particolare dei soggetti che rappresenti?

Spesso ho l’impressione di non essere io a cercare i soggetti, ma che siano loro a trovare me. È una sorta di riconoscimento di qualcosa che ho già dentro: loro lo smuovono e hanno la capacità di farmi tornare l’urgenza di rimetterlo in scena. Ogni incontro ha un’ombra antica che porta con sé: è un’ombra che, come uno specchio deformante, mi porta a un nuovo tipo di riconoscimento della realtà. L’interiore e l’esteriore delle persone sono due facce della stessa medaglia, e, spesso, l’inclinatura di una parte porta al curvarsi della parte opposta. 

Che metodo segui di solito nella realizzazione dei tuoi progetti? In che modo porti avanti la tua ricerca?

La parte più importante è coltivare il terreno giorno per giorno. Leggere molto, dal romanzo alla letteratura primaria di ogni genere, trovare l’angolo di un bar dove sono più nascosta per guardarmi intorno: è un esercizio costante che mi permette di entrare in altri mondi, nutrire l’immaginazione e spogliarmi dai giudizi e dalle consuetudini meccaniche. Quando questo esercizio funziona, ogni tanto mi capita di entrare in una specie di realtà alterata dove componenti di fantasia si intrecciano alla realtà, fluidamente, in un modo di guardare le cose che va al di là della loro presenza. Quando riesco ad acquisire questo stato, le opere nascono da sole, e nella mia mente spunta una forma di icona a cui cerco, poi, di dare forma. Una volta che ho più o meno in mente l’immagine o la sensazione a cui voglio arrivare e ho trovato la persona o la situazione che mi può aiutare a darle forma, tutto segue un andamento naturale, come in una danza: bisogna stare al passo, condurre quando senti che il ritmo te lo chiede e lasciarti condurre quando ce n’è bisogno.

Rachele Maistrello (Vittorio Veneto 1986) si forma tra lo IUAV di Venezia, L’ENSBA di Parigi e lo ZHDK di Zurigo. Negli ultimi anni espone in collettive e personali in Italia e all’estero, in spazi pubblici e privati, tra cui: BYOB (Biennale di Venezia 2011), ZKM (Karlsruhe), IMMIX gallery (Parigi), JARFO Foundation (Kyoto), Museo di fotografia contemporanea (Cinisello Balsamo), Museo CA’ REZZONICO (Venezia), og9 (Zurigo), Museo MSUM (Lubiana). Nel 2012 viene selezionata per il progetto di arte pubblica ARTAROUND, commissionato dal MUFOCO di Milano con l’artista Beat Streuli come Supervisor. Nel 2013 è selezionata per la residenza annuale presso la Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia e nel 2014 è vincitrice del premio internazionale HANDLE WITH CARE, grazie a cui realizza l’opera d’arte pubblica THE HISTORY WITHIN per la città di Lubiana. Nel 2015 vince il primo premio nella sezione fotografia del Premio Combat e ottiene la menzione della giuria al Premio Fabbri.

Rachele Maistrello, One of Us (Untitled #3), 2015.

© Rachele Maistrello 2015