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Tim Cullmann

Tim, da questo giugno i tuoi lavori saranno in mostra in tre luoghi diversi a Modena: presso Metronom Fuorimappa, THC Architecture (The Leitmotiv Issue #1 and #2) e a Fondazione Fotografia (European Photography Award 2016). Puoi dirci qualcosa sui progetti presentati in queste mostre? Come sono nati e in che modo hai sviluppato le idee che vi stavano alla base?

Tim Cullmann: Il tema alla base di essi è l’immagine stessa. Nei miei lavori affronto domande basilari, come ad esempio da dove derivano le immagini e in che modo possono essere utilizzate, quali differenze ci sono tra le immagini della cultura di massa e quelle di tipo artistico, in che modo funzionano i media. Il punto di partenza, poi, è sempre l’appropriazione; ritengo che non sia possibile creare immagini dal nulla ma, anzi, che ognuno sia inevitabilmente influenzato da ciò che lo circonda e, volendo riprendere da Michel Foucault e dalla sua analisi del discorso, che nulla esista al di fuori del discorso stesso. Io stesso esisto in quanto parte del mondo, connesso a un momento specifico, e non è possibile evadere da tali vincoli: non vedo quindi perché lo stesso non si possa dire delle immagini, soprattutto considerando la loro accessibilità attuale. L’arte, la fotografia, la pubblicità, la moda, il design sono semplicemente il frutto di un’interazione con il mondo delle immagini. I miei lavori nello specifico nascono da una passione per i materiali, per la sperimentazione e l’improvvisazione ma, soprattutto, derivano da immagini che mi piacciono o che per varie ragioni mi turbano. Il mio modo di operare include una vastità di mezzi e materiali, senza che tra essi esista una gerarchia che separa oggetti familiari e sconosciuti, o pittura e fotografia, nuovo e vecchio, alto o basso livello, rappresentazione e non rappresentazione. Il progetto presentato a Metronom si compone di quattro lavori ripetuti per tre volte, ed è una sorta di remix di una mia mostra precedente intitolata Cropped&reloaded. Per descriverla, riporto una parte della mia performance eseguita durante l’apertura:

Amo YouTube e la fotografia amatoriale, e trovo ispirazione nei semplici lavori fotografici realizzati da amatori. Amo i cantieri edilizi, dove si possono trovare le migliori installazioni, sculture, e dipinti. Sono affascinato dal modo in cui i capolavori dell’arte vengano creati quasi per caso. […] Amo pensare all’arte in tutte le sue categorie: tutto può essere arte! Ovunque esistono atti, idee, estetiche di mio interesse. Amo nutrire il mio lavoro di autoironia, sono una persona, un artista, un lavoratore, un buffone. […] Amo pensare alle immagini come a oggetti interconnessi tra loro. Credo che esse derivino dalle immagini stesse, e che l’appropriazione non sia un trucco concettuale, ma una circostanza inevitabile.

Il titolo I’d talk nicely to them and try and get them to come closer invece è tratto da una canzone dei Baths, Animals. La citazione si riferisce alla relazione tra opera/artista e l’osservatore/pubblico, ma anche all’avvicinamento di pittura e fotografia. I lavori sono il risultato di una serie di stampe analogiche alla gelatina d’argento, sulle quali ho operato un intervento con spray e flash all’interno della camera oscura. Alcune di esse sono tratte dal mio archivio personale, mentre altre sono prese da internet e rifotografate con una macchina analogica.

Per The Summer Show ho invece prodotto un nuovo lavoro intitolato SCHEPP&KACKE. Punto di partenza di tale lavoro era la documentazione fotografica di due mie mostre precedenti, dove ho semplicemente sostituito, con Photoshop, i lavori vecchi con i nuovi. Le fotografie sono state poi stampate su un tessuto elasticizzato solitamente impiegato per l’abbigliamento sportivo e, infine, installate su un supporto che le facesse funzionare quasi come un oggetto, una scultura.

I tuoi lavori spesso operano una riflessione sul valore delle immagini e sulla relazione tra l’artista e la realizzazione del suo lavoro. Quanta importanza ha il Leitmotiv, la struttura tematica, in questo procedimento? Quando diventa invece problematico secondo te?

Il Leitmotiv è un luogo comune della critica e della storia dell’arte, il punto d’origine della formulazione dei concetti e della classificazione stessa. Personalmente ritengo che non sia importante ciò che un’opera dice sull’autore, dato che non m’interessa esprimere qualcosa su di me, ma allo stesso tempo mi rendo conto di quanto l’autore sia sempre e inevitabilmente presente nei suoi lavori, e di quanto il pubblico sia interessato alla persona, al racconto e al significato intrinseco dell’opera. Per la doppia mostra presso Metronom e THC Architecture dovevo trovare un titolo che potesse unire le due diverse serie, e ho creato così The Leitmotiv Issue. Oltre all’ovvio riferimento di tipo tematico, il titolo ha anche due ulteriori significati, entrambi legati alla pratica di molte riviste artistiche contemporanee: il primo si rifà alla parola issue, utilizzata comunemente per definire l’ultimo numero pubblicato, di volta in volta con una tematica diversa dai precedenti. Il secondo al fatto che tutte le riviste che si occupano di cultura sembrano accomunate dalla stessa varietà di argomenti (arte, moda, design, fotografia, ecc), e non selezionano mai uno solo di questi campi. Anch’io nei miei lavori voglio concentrarmi sulla produzione culturale in senso più ampio, appropriandomi di tutto ciò che mi sembra accettabile, o che mi diverte, senza operare preferenze di tipo personale o creare gerarchie.

Sei anche uno degli artisti del collettivo Tilo&Toni: la tua ricerca artistica si differenzia molto quando lavori con altre persone? In che modo lavori quando sei da solo e come invece affronti un progetto in quanto parte di un collettivo?

TILO&TONI non è precisamente un collettivo, ma una terza persona fittizia, una sorta di supereroe che unisce i punti di forza miei e di Lorenz e che in quanto tale crea qualcosa che né io né lui siamo in grado di realizzare lavorando autonomamente. Non c’è alcuna differenza tra l’artista Tim Cullmann e TILO&TONI. È la stessa cosa, l’unica differenza è l’etichetta. Questioni come l’etichetta non hanno rilevanza per me in quanto artista dato che, come dicevo poco fa, non mi importa affatto dell’autore, ma si tratta comunque di categorie che hanno importanza per il pubblico. Anche alcuni musicisti, ad esempio, fanno la stessa cosa, e così Moderat può presentarsi come Apparat o Modeselektor, oppure Nicolas Jaar può diventare Darkside. Alla fine, però, quello che mi interessa è la musica, e non m’importa affatto sapere quanto Darkside ha influenzato Nicolas Jaar nel suo ultimo pezzo.

Tim Cullmann (Heidelberg – Germania, 1989) Vive e lavora tra Amsterdam e Siegen (Germania).  Dopo avere studiato fotografia, pittura e scultura presso l’Università di Siegen, dal 2015 inizia il suo perfezionamento al dipartimento di fotografia della Gerrit Rietveld Academie. Nell’agosto 2015 partecipa al Festival Fotopub a Novo Mesto in Slovenia con una mostra personale ed è selezionato dalla giuria come vincitore della portfolio review. Nel 2016, dopo due mostre collettive ad Amsterdam, è stato selezionato da Fondazione Fotografia Modena per l’European Photography Award, entrando a far parte della collettiva Summer show. Con Skinnerboox sta lavorando alla realizzazione di un libro d’artista.

Tim Cullmann, detail of Summer Collection (Best of Vol.2), 2016.

© Tim Cullmann 2016

Copia di 8-2