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Time Dust | Martina della Valle

IL TEMPO SOTTILE
di Marinella Paderni

Le cose vivono di un loro tempo, dissimile da quello umano, un tempo sottile che è fatto di particelle minime, tracce elementari del suo esistere, depositi di una memoria silenziosa che non segue il corso della Storia – la memoria della fisica cosmica e dei suoi agenti che si ripetono all’infinito in un eterno ritorno; la memoria della materia e dell’anti-materia, del corpo e dei processi naturali, dell’entropia e della morte, che non conosce ragione senza il suo doppio, la vita. La polvere è di una queste particelle, come lo è pure la luce.

Luce e polvere sono la sostanza di questo nuovo progetto di Martina della Valle che ha voluto chiamare Time Dust, perché la polvere è tempo e il tempo è quell’imperscrutabile incognita attorno alla quale ruota ogni giorno la vita. La polvere raccolta dalle cose, che diventa parte di esse, come se avessero bisogno di questa nuova presenza per esistere, per rivelarsi ai nostri occhi. Oggetti dimenticati, smarriti, la cui invisibilità sembra essere la loro condizione naturale fino a quando la polvere non ci riporta alla loro memoria effimera, al loro tempo sottile.

Il nonno di Martina della Valle era un ceramista ed aveva un suo laboratorio, oggi dismesso ma inalterato nella sua memoria del tempo. I calchi sono stati conservati come furono lasciati sugli scaffali, i disegni e gli spolveri sono raccolti per soggetto dentro i raccoglitori, alcuni campioni di statuine di ceramica sono stati salvati dalla distruzione a testimonianza dell’opera di una vita. Non è singolare che l’artista abbia deciso solo ora di penetrare il tempo sottile di queste cose? E di farcelo vedere impiegando proprio un dispositivo del tempo, la fotografia, “scrittura di luce”?

Sin dai suoi esordi, Martina della Valle ha lavorato sulla memoria degli oggetti quale espressione di una temporalità che coniuga il tempo umano con il tempo delle cose. Scorci d’interni abbandonati, oggetti domestici, libri e quaderni trovati in mercatini o in vecchi archivi, specchi che riflettono il bagliore di una presenza temporanea, fugace – sono tutte realtà che parlano di assenza, di sparizione, di dissolvenza nella polvere del tempo. Un disperdersi nelle sue trame che non giunge mai all’oblio, al nulla. Anzi, l’artista  li riattiva dalla condizione muta e assente di “rovina” a cui questi oggetti erano stati destinati, fissando nella loro ombra fotografica un presente diverso, conflittuale, tra “il non ancora e il non più” – la coesistenza irrisolta tra spinte antagoniste di distruzione della forma (il passato, il non più) e di costruzione di una nuova immagine (la prospettiva di un futuro, il non ancora).

L’operazione di Martina della Valle mette in luce come negli oggetti che diventano “rovina” di un tempo (il vecchio laboratorio del nonno e i suoi oggetti, i quaderni delle scuole elementari recuperati dal macero) crescono loro malgrado altre forze, altre forme, che danno origine a nuovi significati. La polvere, l’ingiallimento della carta e della ceramica, le ragnatele, le crepe e i buchi sono gli elementi di questa nuova unità di significato che consente il dischiudersi di immagini inedite.

“Nel carattere accidentale e disarmonico – assurdo (surdus, sordo) – della rovina si dà un’esperienza formale unitaria ma priva di ogni comprensibile consequenzialità, in quanto non è più leggibile la finalità tutta umana del progetto ma sono sperimentabili in quell’unità inedita gli intrecci interstiziali che legavano quella progettualità e che ora vediamo, o meglio com-prendiamo all’istante, in quanto messi a nudo”[1].

Anche la fotografia è un’immagine latente, un “salto fuori dal corso del tempo”[2], un deposito di luce e di polvere che eternizza la temporalità del mondo in un istante mostrando un presente che sta scivolando nel passato (nel suo ricordo) e che porta con sé qualcosa del suo futuro anteriore.

L’istante fotografico è il momento di scomparsa di ciò che sta per accadere, e che verrà. Questa seconda memoria è la dimensione extra-temporale indagata da Martina della Valle con il suo sguardo rivolto all’indietro, alle “rovine” di una realtà che vive oltre la storia, che è esperienza dello spirito. L’istantanea della polvere sulle cose è la traccia di questa esperienza, ulteriormente vivificata da un elemento simbolico che l’artista ha voluto inserire come un segno indelebile nell’installazione della mostra: la polvere stessa dell’arte, impiegata dall’artista sotto forma di pigmento per disegnare, con gli antichi spolveri del nonno, sui muri perimetrali della galleria l’immagine di una nuova possibilità di essere. Un gesto anch’esso simbolico, che “designa” nel disegnare uno spazio di significazione del tempo dentro lo spazio senza tempo dell’arte.

Note bibliografiche:

[1] Franco Speroni, La rovina in scena. Per un’estetica della comunicazione, Meltemi editore, Roma 2002, p. 9
[2] Jean-Christophe Bailly, L’eternità si lascia vedere, in “Fotografia Europea. Eternità, il tempo dell’immagine”, catalogo della rassegna, Mondadori Electa, Milano 2009.

Testo critico di Marinella Paderni, realizzato in occasione della mostra personale di Martina della Valle, Time Dust, Metronom 2011

Cover image: Martina della Valle, Time Dust (Still Life), 2011
Stampa Inkjet su carta fine art, montata su alluminio, 50×70 cm