Tre domande a Daniele De Luigi

Come ti rapporti con gli artisti della tua generazione?

 

Tendenzialmente ho sempre privilegiato artisti della mia generazione per lavorare ai miei progetti, quindi la trovo una domanda interessante. Credo perché si istituisce istintivamente un rapporto del tutto antigerarchico, fatto di confronto, discussione e crescita reciproci. È un aspetto che mi piace molto, per quanto trovi ovviamente importante anche rapportarsi con la generazione precedente.

 

Quali strumenti hai a disposizione per promuovere l’opera di un autore emergente?

 

I progetti espositivi sono il principale, anche se non è sempre facile trovare – parlo delle gallerie – chi è disposto a concedere loro sufficiente fiducia. Spesso cerco di coinvolgerli in progetti commissionati e site-specific ben congegnati: per loro (e per me) è una sfida e per l’istituzione si crea un motivo più forte per accettare. Poi ci sono conferenze, seminari, talk, e non sottovaluterei i social network per far circolare il lavoro, se usati bene.

 

Ci sono linee di ricerca che interessano maggiormente la critica in Italia? Le condividi?

 

Mi pare di vedere ancora una gran confusione in troppi operatori tra buona fotografia, legata a  stilemi ormai di maniera, e fotografia davvero ascrivibile alla ricerca artistica internazionale, per cui spesso ci si affida a nomi noti o a generi consolidati che nel frattempo sono stati superati. Gli artisti di cui più si parla all’estero per l’attualità delle loro riflessioni da noi sono spesso misconosciuti, e non vengono recepiti se non con grande ritardo. C’è molta incertezza e frammentazione, da cui faticano a emergere indirizzi critici.