Tre domande a Pier Francesco Frillici

Come ti rapporti con gli artisti della tua generazione?

 

Dipende da cosa s’intende. Da un punto di vista deontologico non ne faccio una questione generazionale. Credo che ognuno debba rispettare un proprio ruolo, mantenere una propria posizione critica e teorica, senza rinunciare, ovviamente, al libero confronto sul piano delle idee e della loro realizzazione. Da un punto di vista biografico, invece, viste le inevitabili analogie storico-culturali, le posizioni tendono spesso a ridurre le distanze e le differenze. Tale eventualità, però,  non l’ho mai sentita come un problema, anzi ne ho sempre tratto ottimi spunti per una più attenta e profonda analisi del mio percorso e delle mie esperienze passate, come se una storia individuale potesse riverberarsi nelle forme di una grande storia condivisa e da essa traesse una maggiore consapevolezza. In questo caso piuttosto che parlare di relazione preferisco usare il termine di collaborazione, attività sinergica, scambio alla pari. Ecco credo che proprio la mia generazione, intendendo con questo termine i nati grossomodo nella prima metà degli anni settanta, se vuole assicurarsi il riconoscimento della sua identità, debba oggi più che mai cavalcare con coraggio e determinazione questi tandem, per non farsi scappare, dopo lunghi anni di attese, ciò che mi sembra essere un’opportunità definitiva, una specie di ultimo treno, dopo il quale sarà difficile salvarsi.

 

Quali strumenti hai a disposizione per promuovere l’opera di un
autore emergente?

Indipendentemente dall’essere emergenti o emersi ritengo che l’esperienza visiva, concreta, tangibile, come la si può avere a contatto diretto con l’opera, sia insostituibile. Purtroppo la sua “disponibilità” non è così frequente come dovrebbe essere. Credo che ciò vada imputato al generale stato di inerzia, di sospensione a tratti inquietante in cui stallano parecchi enti istituzionali ma anche tanti, forse troppi, soggetti privati.
Detto questo, credo che per rendere veramente efficacie un’operazione promozionale occorra, senz’ombra di dubbio, produrre una riflessione specifica, magari anche di carattere storico-teorico (è sopratutto questa la modalità di pensiero che più m’interessa). Tali contributi, con i mezzi di comunicazione odierni, possono avere tempi di realizzazione differenti, più accelerati, più dinamici rispetto alle esposizioni materiali delle opere, e inoltre possono trovare luoghi di lettura e d’interpretazione virtuali, liberi, non onerosi come possono essere i blog, le riviste on-line e cartacee, i video scaricabili dalla rete e tante altre risorse accessibili grossomodo da un pubblico interessante per la sua eterogeneità. Tuttavia, per quanto consideri rilevanti questi strumenti, resto convinto nell’assegnare priorità assoluta all’incontro dal vivo con il lavoro dell’artista.

 

 

Ci sono linee di ricerca che interessano maggiormente la critica in
Italia? Le condividi?

 

Provo a rispondere in questo modo, ricollegandomi alla prima domanda. Se la mia generazione e a questo punto anche quella successiva rischiano di perdersi, di essere dimenticate, è proprio perché in questi ultimi vent’anni si è preferito promuovere e forse addirittura celebrare con formule retoriche soltanto una certa famiglia di autori. Credo che ciò valga anche per la scena internazionale. In un certo senso questo è rientrato nella normale fisiologia delle cose. Ma oggi persistere è inaccettabile. La logica dei monopoli va superata. La critica e la storiografia devono intraprendere delle missioni permanenti, i cui compiti restano teoricamente inesauribili. Se si arrestassero, se non consentissero di fare un cambio di direzione, un mutamento degli obiettivi, una trasformazione dei linguaggi, sarebbero dei presagi molto minacciosi.