Tre domande a Sergio Giusti

Come ti rapporti con gli artisti della tua generazione?

 

Il tema generazionale mi sembra oggi sfuggente. Sarà anche vero che l’abito non fa il monaco, ma non posso non rilevare che io che insegno vesto e mi comporto in maniera non così dissimile da coloro ai quali insegno. Se “Lo stile è l’uomo” faccio fatica a trovare una marcatissima differenza fra artisti della mia generazione, nati quindi negli anni 70, e quelli più giovani. Forse però lo scontro generazionale, proprio perché latente, è diventato più efficace ed andrebbe reso manifesto.

Sto divagando: tutto questo per dire che non sono portato a sentire una particolare comunanza o lontananza con i miei più o meno coetanei. Il mio approccio è spiccatamente teorico. Se il lavoro di un artista parla alle mie corde, il che vuol dire che lo sento teoricamente attuale, il fatto che abbia 20 o 40 anni non è il punto principale. Questo senza cancellare l’importanza del contesto storico, eppure penso che la storia delle immagini sia fatta soprattutto di anacronismi: in quest’ottica il concetto di contemporaneo non riguarda tanto l’attualità in senso stretto, quanto la capacità di un’opera di entrare in risonanza col momento storico in cui viene fruita.

 

 

Quali strumenti hai a disposizione per promuovere l’opera di un autore emergente?

 

Il mio lavoro prevalente è quello di docente e i miei corsi vertono soprattutto sulla teoria dell’immagine. Sono profondamente convinto che lo strumento migliore che io possa fornire a un giovane autore è un’armatura teorica (flessibilissima, per carità!)  con cui iniziare a rendere solida quell’energia un po’ disordinata da cui molto spesso parte il desiderio di “fare arte”. Credo ancora che un autore emergente consapevole del proprio lavoro abbia più possibilità sulle lunghe distanze. O forse è meglio dargli qualche numero di telefono? Il problema per me non si pone: numeri di telefono di galleristi e curatori non ne ho (quasi) nessuno! E poi i giovani sono molto più bravi di me nelle pubbliche relazioni. Sicché consigliargli delle letture, accendere delle curiosità e fargli vedere quanta complessità si nasconde sotto la superficie dell’immagine è il servizio che mi sento di rendergli.

 

 

Ci sono linee di ricerca che interessano maggiormente la critica in Italia? Le condividi?

 

Questo, credo, è un momento di forte transizione, non solo per l’Italia, ma forse particolarmente per l’Italia. Ecco: il fenomeno strano è che i momenti di transizione mi sembrano caratterizzati da una forte tendenza alla staticità. Come se di fronte a cambiamenti non ancora compresi ci si rifugi nella montagna incantata della sospensione del giudizio o in una reiterazione di moduli critici già consolidati. Ci si aggrappa cioè al ramo per salvarsi dalle rapide… Umanamente comprensibile. E questo vale in generale, non solo per quello che riguarda la fotografia e le altre arti visive. Detto questo, mi pare che la critica soffra sempre di più la forma affastellata con cui oggi l’arte si presenta, il suo essere un cumulo di ricicli, postproduzioni, rimandi spesso contraddittori. Difficile oggi, forse addirittura ridicolo, parlare di scuole o movimenti, impossibile una seppur parziale tassonomia. Credo che l’unica possibilità sia quella di essere come dei sismografi e registrare le tendenze, le piccole scosse che vanno in una direzione e poi improvvisamente in un’altra (Che fatica!). Gli strumenti per farlo? Sarò monotono: un serio approccio teorico.