Nei dipinti di Thordis Adalsteinsdottir (1975, Reykjavik) l’impronta surrealista si intreccia con una vena sarcastica, a tratti amara e macabra. I protagonisti delle sue opere sono esseri umani e animali antropomorfi, spesso raffigurati con proporzioni alterate: seduti a tavola, distesi a letto sotto le coperte o impegnati in attività domestiche e quotidiane, in scene che richiamano momenti ordinari della vita di tutti i giorni.
L’assenza di profondità e i rapporti volutamente sproporzionati contribuiscono a creare un insieme disarmonico, una disarmonia che sembra riflettere quella della società contemporanea. Attraverso queste immagini, l’artista propone una critica incisiva a temi attuali come la crisi climatica ed ecologica, la dipendenza dal digitale e il consumismo.
Ciò che appare come una scena ordinaria diventa improvvisamente insolito grazie all’inserimento di elementi stranianti, capaci di trasportare la rappresentazione in una dimensione di ambiguità.
In Coffee In My Grandparents Teacup, Adalsteinsdottir raffigura un uomo appoggiato al tavolo mentre si concede un momento di pausa, sorseggiando il caffè, come suggerisce il titolo, in una tazza appartenente al servizio da tè dei nonni. La superficie pittorica, che ricorda una carta da parati floreale, e il lampadario sospeso contribuiscono a definire l’ambiente domestico in cui si svolge la scena. L’uomo è a torso nudo e indossa soltanto quelli che sembrano boxer, dai quali spuntano elementi insoliti: funghi rossi e viola.
Ad un primo sguardo questo dettaglio può apparire divertente, ma osservando meglio, il sorriso lascia spazio a un senso di inquietudine e oppressione. Quei funghi sembrano suggerire una condizione poco salubre, come se una scarsa cura di sé avesse permesso loro di proliferare. Anche la resa dei capelli, che ricadono disordinati sul volto e sulle spalle, rafforza l’idea di trascuratezza.
L’espressione dell’uomo lascia lo spettatore incerto e perplesso: lo sguardo, perso nel vuoto, è segnato da profonde occhiaie che sembrano rivelare stanchezza e disagio, come se il soggetto si fosse abbandonato a una condizione di sconforto. Eppure, compare un ulteriore dettaglio ambiguo: l’uomo indossa un paio di guanti del tipo impiegato per le pulizie, di un evidente colore rosa. Un colore che ci offre forse un segnale di distensione e magari di speranza? L’uomo potrebbe essere, cioè, ritratto in un gesto metaforico che allude alla possibilità di rimettere ordine, di riprendere in mano la propria vita.
Attraverso le sue opere, l’artista genera un senso di mistero e apre interrogativi, costruendo scenari cupi e inquieti senza offrire risposte definitive, ma invitando chi le osserva a riflettere su ciò che si cela dietro un’apparente normalità.
Thordis Adalsteinsdottir, Coffee In My Grandparents Teacup
2020
Acrilico su tela
94 x 79 cm
Courtesy l’artista e Shoshana Wayne gallery
11/02/26