Kyoichi Tsuzuki (1956), fotografo ed editore originario di Tokyo, attraverso il suo progetto editoriale Happy Victims presenta in chiave ironica e allo stesso tempo provocatoria un lato meno convenzionale dell’industria della moda e, più in generale, della natura umana. Le fotografie contenute nel libro ritraggono persone tra le più disparate, casalinghe, lavoratori e lavoratrici, e persino un monaco buddhista, insieme alle loro preziosissime collezioni. Fotografati all’interno delle proprie abitazioni, questi soggetti espongono l’interezza della loro raccolta dedicata a uno specifico brand di alta moda.
Per ogni doppia pagina è presente una fotografia di Kyoichi accompagnata da una didascalia che descrive il protagonista dello scatto, la sua collezione, così come elementi personali e di quotidianità. Il titolo del libro – e del progetto- gioca di rimandi lessicali, ritraendo persone che negli anni hanno ricercato e acquistato capi firmati trasformandoli in una vera e propria collezione, diventando a tutti gli effetti “vittime” del marketing e dell’industria della moda, quindi fedeli rappresentanze di fashion victim -teorizzate non a caso da uno stilista- a identificare un’acritica e impersonale adesione alle strategie di marketing dei brand. Le “victims” ritratte da Kyoichi sono in certo senso emancipate, perché consapevoli, ed è proprio questa consapevolezza che le rende “happy”: una fedeltà che scivola in ossessione e che proprio grazie alla maniacalità del collezionismo svolta in espressione di personalità e individualità.
Il libro riunisce i fotoreportage Happy Victim di Kyoichi, pubblicati tra il 1999 e il 2006 su Ryuko Tsushin, una rivista mensile dedicata alla moda, all’interno della quale l’artista documentava la vita di questi incredibili fanatici nel loro ambiente domestico, circondati dai propri “tesori”. Si tratta perlopiù di persone non appartenenti a classi sociali particolarmente abbienti, elemento che non fa altro che aumentare il valore simbolico e l’intensità emotiva racchiusi nella loro ossessione.
Nello scatto dedicato a Thierry Mugler, il protagonista posa in una stanza della sua casa interamente adornata da camicie e completi firmati Mugler. È un uomo che lavora nel campo della pubblicità: il suo capo gli disse che l’abito sarebbe stata la sua armatura, ed è proprio da questa affermazione che prendono il via i suoi numerosi acquisti legati al brand. L’uomo iniziò così a utilizzare il vestiario come strumento di comunicazione, vestendosi a tema per le campagne pubblicitarie a cui lavorava.
Purtroppo, a un certo punto Mugler si ritirò dal mercato giapponese; l’uomo riuscì però a fare grandi acquisti durante una delle ultime svendite, andando così a completare la sua imponente e coloratissima collezione. Egli stesso afferma che, se avesse abbastanza denaro, aprirebbe una boutique Mugler tutta sua in Giappone.
In questa fotografia, come nelle altre presenti nel libro, l’ironia è alla base dell’approccio artistico di Kyoichi: un’ironia che, tuttavia, porta con sé una riflessione chiara e profonda sul consumismo, sull’identità e sul bisogno umano di appartenenza. Happy Victims diventa così un ritratto sincero e disarmante di una generazione che si definisce anche attraverso ciò che possiede, e che trova nei marchi e negli abiti non soltanto un oggetto di desiderio, ma una vera e propria estensione di sé.
Cover image
Thierry Mugler, Kyoichi Tsuzuki, 2003.
Dal libro
Happy Victims, Kyoichi Tsuzuki
Pubblicato da Apartamento Publishing S.L., 2025
300 x 230 mm
184 pagine
Copertina rigida
ISBN: 978-84-09-73269-2
17/12/25