Il lavoro di Ndayé Kouagou (1992) si sviluppa a partire da parole e testi di cui l’artista stesso è autore. Nella sua pratica il linguaggio diventa un dispositivo generativo, il fulcro attorno al quale vengono concepite e sviluppate le opere, in cui centrali sono la forza delle parole e dei significati che esse veicolano. Slogan e frasi vengono spesso impiegati per evidenziare la precarietà e l’ambiguità del linguaggio, facendo leva sui molteplici livelli interpretativi che possono assumere, soprattutto in relazione alle dinamiche della comunicazione mediatica contemporanea.
La sua ricerca tocca così molteplici aspetti della vita nel contesto attuale, affrontando temi sociali, meccanismi di costruzione della percezione e dinamiche relazionali, spesso mediante il ricorso all’ironia e al sarcasmo.
L’immagine dell’artista, posta su un piedistallo mobile, presta il corpo ad uno dei personaggi attraverso i quali viene articolata la narrazione: la figura indossa un abbigliamento essenziale, composto da pantaloni neri e una camicia argentata; gli stessi colori vengono ripresi dal grande pannello retrostante, sul quale compare la scritta “Dead” (“morto” o “morte”). Attraverso installazioni come questa, Kouagou riflette su ciò che potrebbe esistere oltre la morte e sulle molteplici possibilità di vita che scaturiscono dalle scelte individuali e/o collettive suggerendo una visione aperta e non definitiva dell’esistenza.
L’immagine ritagliata e decontestualizzata dell’artista offre un impianto di lettura che si inspira
alla struttura narrativa del fotoromanzo, Kouagou utilizza la propria immagine, moltiplicandola in diversi alter ego che non rappresentano necessariamente sé stesso, ma incarnano differenti tipologie e condizioni sociali, permettendo così all’osservatore di identificarsi con essi, spesso utilizzando espedienti come maschere o travestimenti, che contribuiscono alla caratterizzazione
fisica e psicologica di tali personaggi, che ne amplificano la dimensione simbolica.
L’ambiente in cui si svolge la narrazione richiama un ipotetico paradiso, una dimensione sospesa e straniante accentuata dall’allestimento espositivo.
Da questa atmosfera deriva il titolo della mostra personale Ndayé Kouagou ospitata presso la Collezione Maramotti, Heaven’s truth, che racconta una storia incentrata sui temi della vita e della morte e attraverso video, installazioni e opere a parete affronta questioni legate al giudizio celeste, proponendone una sorta di corrispettivo terreno.
Ndayé Kouagou
Heaven’s truth
Collezione Maramotti
Fino al 26 luglio
Ndayé Kouagou, Heaven’s truth, 2026
Veduta di mostra
© Ndayé Kouagou
Ph. Dario Lasagni
27/06/26