La pratica artistica di Bastien Cuenot (1987, Francia) si fonda su un dialogo costante tra il mondo organico e quello artificiale, mettendo in discussione i confini tra elemento naturale e materiale tecnologico. Le sue opere danno forma a oggetti ibridi che si configurano come reperti fossili dell’Antropocene: sculture e installazioni che assumono il ruolo di tracce e testimonianze dell’era digitale. In questo contesto, Cuenot combina materiali naturali come legno, tessuti e minerali con elementi tipicamente industriali e tecnologici, schermi, smartphone, cavi elettrici, stampe 3D, creando assemblaggi che riflettono una coesistenza forzata e spesso ambigua tra due mondi apparentemente inconciliabili. Il riferimento al regno organico non si limita tuttavia alla scelta dei materiali, ma si estende a una dimensione concettuale più profonda: le opere sono costruite in modo da evocare forme anatomiche, frammenti corporei, organi umani o animali, suggerendo una continuità inquietante tra corpo biologico e corpo tecnologico. Questi “reperti” sembrano provenire da un futuro remoto, rinvenuti tra le rovine della nostra contemporaneità. In questa prospettiva, la tecnologia non appare più come uno strumento esterno all’essere umano, ma come una sua estensione, un apparato ormai integrato nei processi vitali, fino a confondersi con essi.
Nell’opera Untitled, due ciabatte elettriche a prese multiple sono disposte in modo da richiamare la forma di una gabbia toracica. Le sei spine generate dai cavi delle ciabatte vengono inserite nelle prese e assumono visivamente il ruolo delle costole, delineando una struttura scheletrica. All’interno, i cavi sono stati svuotati e riempiti con barre di alluminio, necessarie a sostenere la struttura e fornirle stabilità. I pulsanti di accensione delle ciabatte sono stati dotati di LED luminosi, che rimangono accesi nonostante l’assenza di qualsiasi collegamento a una fonte elettrica. Questo espediente conferisce all’opera una sorta di vitalità simulata: la luce suggerisce un battito, un respiro, la persistenza di un’energia interna. La scultura appare così come un organismo ancora attivo, dotato di un cuore pulsante che ne garantisce il funzionamento. Siamo davanti ad uno scheletro e ad un organo di derivazione artificiale.
In questo scenario, l’artista assume il ruolo di un archeologo, che scava tra i detriti dell’era contemporanea per restituirci immagini e manufatti capaci di raccontare il nostro tempo. Un tempo segnato dal progressivo prevaricamento del digitale sul naturale, in cui ciò che è artificiale non solo imita il vivente, ma ne prende il posto, ridefinendo il concetto stesso di corpo, memoria e sopravvivenza.
Bastien Cuenot, Untitled, prese multiple, led., 2025.
14/02/26