Generazione Critica: Marta, John – cosa significa essere studenti di un’Accademia oggi?
John Barbieri: Essere studenti di un’Accademia oggi significa principalmente riuscire a gettare delle basi, prima di tutto sulla conoscenza di sé stessi: capire chi si è, come ci si colloca rispetto ai propri valori e al proprio sentire all’interno di un contesto che cambia velocemente. Allo stesso tempo vuol dire confrontarsi con delle storie, sia storiche che dell’arte, ma anche quelle di chi condivide con te lo stesso ambiente.
Il punto, per me, è entrare in relazione con gli altri: collegh*, professori, ma anche con le iniziative interne ed esterne all’Accademia. La considero una sorta di bolla, un luogo in cui si sperimenta e si sviluppa la propria ricerca, al suo interno però, bisogna avere coscienza dell’esistenza di un confine da superare, per crescere e mettersi davvero in relazione con il presente. Si tratta di esporsi artisticamente e quindi anche personalmente, raggiungere ideali e obiettivi concreti evitando che tutto ciò resti chiuso in cameretta.
Marta Fumanti: L’Accademia è un luogo che in parte ti tiene al sicuro, ti dà un contesto, dei riferimenti, delle persone con cui confrontarti, uno spazio in cui puoi sperimentare, sbagliare e cambiare direzione. Allo stesso tempo, però, arriva anche un momento in cui misurarti con quello che sta al di fuori diventa un’emergenza forte. A Firenze sentiamo tutti molto il bisogno di tornare a dialogare di più con la città, con gli spazi, con le persone, con ciò che accade fuori dall’istituzione. Molta dell’esperienza avviene quando porti un lavoro fuori, quando visiti una mostra, quando capisci come il tuo linguaggio reagisce in un contesto reale e apri un dialogo con altri artist*, curator*, persone del settore, etc. Oggi il panorama artistico appare molto caotico, ci sono tantissime possibilità, tantissimi linguaggi, tantissimi stimoli, e a volte questo può essere anche disorientante. L’Accademia non sempre riesce a rispondere fino in fondo al bisogno di autonomia e di spazio fisico e mentale in cui lavorare davvero con continuità̀. Questo però può significare imparare a costruire dei percorsi, a creare nuove relazioni, a non aspettare sempre che sia l’istituzione a dare una forma precisa al proprio lavoro. Il valore sta proprio nell’incontro, nello scambio quotidiano, nei progetti che nascono tra student*, nelle conversazioni, nei lavori e nei rapporti che prendono forma dentro e poi cercano uno spazio fuori, o viceversa. È un luogo che funziona davvero quando riesce ad essere attraversato, quando non resta chiuso in sé stesso.

Marta Fumanti e John Barbieri, Prima che resti, a cura di Marco Signorini, installation view Fotografia Europea, Circuito Off, Reggio Emilia.
GC: Marta, John – cornice o senza, vetro o non vetro… contemporanei dubbi amletici o stimolanti possibilità formali?
JB: Sono sempre questioni interessanti e complicate con cui confrontarsi perché́ hanno la capacità di trasformare profondamente il lavoro stesso. Nella mia ricerca il focus è la sperimentazione dei linguaggi e, nel caso della fotografia, il mio intento è quello di voler andare oltre il mezzo, sia matericamente che concettualmente. Questo significa anche superare il suo incasellamento: estendere il confine del piano e lavorare con lo spazio grazie all’allestimento che lo accompagna. Vedo la loro assenza come un’abolizione dei confini e quindi un’opportunità per creare correlazioni capaci di portare oltre l’immagine stessa.
MF: Per me questi non sono solo dubbi tecnici ma possibilità̀ formali che vanno pensate con molta consapevolezza. Il modo in cui un lavoro viene proposto, con una cornice o senza, con un vetro o senza, appeso, appoggiato, installato, stampato su un certo materiale, non è mai neutro. Dice già qualcosa sul modo in cui quell’immagine vuole entrare in relazione con chi la guarda. Non lo intendo come una volontà di controllarne la fruizione, perché ogni persona porta dentro il lavoro qualcosa di diverso, e credo che questa sia anche la parte più bella. Però penso che l’allestimento sia una forma di attenzione e un atto di cura verso l’immagine, verso il lavoro e verso chi lo incontrerà. Per quanto riguarda la mia ricerca, sento il bisogno di lavorare con il linguaggio fotografico senza darlo mai per scontato. La parte più complessa, ma anche più stimolante, è proprio quella di trovare un equilibrio tra ciò che si vuol dire e il modo in cui si sceglie di farlo esistere. Restare fedele alla propria ricerca, ma allo stesso tempo mantenere uno sguardo aperto sulle pratiche contemporanee e su quelle del passato, per capire dove ti collochi e come puoi dialogare con ciò che è già stato fatto.
GC: Marta, John – dove vi vedete tra vent’anni?
JB: Più che “dove”, mi viene più facile rispondere “con chi”. Tutti i settori devono confrontarsi con gerarchie e dinamiche interne. In Accademia ho avuto la fortuna di condividere il mio percorso con studenti e professori stimolanti capaci di spronarti verso un’evoluzione costante. Persone che cercano di andare oltre i classici schemi di circostanza, ma anche oltre le cose così come vengono date. Per questo credo sia importante capire che tipo di rapporto si vuole costruire e con chi si sceglie di condividere il proprio tempo. Comunque sia, senza girarci troppo intorno, tra vent’anni spero di aver raggiunto un equilibrio e un approccio alla mia pratica, che sia artistica, creativa o di vita, capace di intrecciare i vari stimoli con la mia sensibilità e con quella degli altri. Il fine sarebbe quello di collaborare e farmi ispirare da persone di differenti ambienti per provare a interpretare le nuove sfide che ci attendono.
MF: Mi auguro di riuscire a lavorare con le persone, di confrontarmi con ambienti sani, affettivi, capaci di generare scambio e non competizione. Mi piacerebbe che il mio percorso di vita rimanesse legato a una forma di cura, verso le persone, verso gli animali, verso gli spazi che abitiamo e verso le relazioni che costruiamo.

Marta Fumanti e John Barbieri, Prima che resti, a cura di Marco Signorini, installation view Fotografia Europea, Circuito Off, Reggio Emilia.
GC: Marco – come dovrebbe essere una Accademia oggi (sorvolando su burocrazia e fondi)?
Marco Signorini: Oggi l’Accademia sconta ancora un impianto strutturato per linguaggi separati: un modello che fatica a tenere conto della realtà contemporanea, dove le pratiche sono sempre più ibride e attraversano continuamente i confini tra media. Questo limite emerge anche nella difficoltà di favorire un reale orientamento: accompagnare ciascuno nello sviluppo di una direzione personale, spesso difficilmente collocabile in un ambito definito, all’interno di piani di studio rigidi e poco personalizzabili. In questo senso, è fondamentale rafforzare il rapporto tra chi insegna e chi studia, per portare la progettazione e le idee maturate in questo contesto su un piano operativo e concreto. Per me deve tornare a costituire un riferimento, ridefinendo il proprio ruolo come luogo di alta formazione: non limitarsi a formare professionalità̀, ma sviluppare un lavoro di ricerca approfondito, in cui l’immagine diventa oggetto di studio rigoroso, capace di interrogare i processi di produzione e i significati che ne derivano.
GC: Marco – cosa direbbe Roland Barthes dopo avere visitato le mostre di un festival di fotografia?
MS: Farei fatica a immaginare cosa direbbe Roland Barthes oggi, più che le risposte, mi interessa il tipo di attenzione a come l’immagine si costruisce e a come si offre all’esperienza. Oggi molte immagini non sono più soltanto tracce, ma esiti di processi, costruzioni che prendono forma attraverso file, dispositivi, passaggi di elaborazione. In questo senso, più̀ che aggiornare il suo pensiero, mi interesserebbe capire dove entrerebbe in tensione con queste condizioni, come leggerebbe immagini che non coincidono più con un unico momento, ma con una serie di decisioni e trasformazioni, e che chiedono allo sguardo di ridefinirsi.
GC: Marco – Novecento e Duemila, dove si ascolta la voce degli artisti?
MS: Più che in un luogo preciso, per me la voce degli artisti si riconosce nel modo in cui il lavoro prende forma, in come lo sguardo si organizza. Ne parlavo proprio con Marta e John: quando ho iniziato, avevo abbastanza chiaro dove collocarmi, con chi lavorare, quali ambiti frequentare. Oggi, forse, è più difficile trovare una posizione, nonostante esistano molte occasioni di ascolto, bandi, open call, residenze, che sembrano favorire la produzione, ma non necessariamente l’orientamento. Mi torna spesso ciò che James Hillman ha scritto sull’insegnamento: non si tratta di indirizzare, ma di creare le condizioni perché una direzione emerga. Non è un passaggio lineare, si riconosce nel tempo, nel modo in cui il lavoro insiste e prende forma.

Marta Fumanti e John Barbieri, Prima che resti, a cura di Marco Signorini, installation view Fotografia Europea, Circuito Off, Reggio Emilia.
GC: Marta, John, Marco, Prima che resti: traccia, sedimento, deposito… l’immagine è accumulazione o relazione?
MS: Prima che resti non lo leggo come deposito, ma come momento di stabilizzazione. L’immagine non è un accumulo: è una soglia, una configurazione che emerge quando una serie di possibilità prende forma. Nel lavoro di Marta e John è centrale questo passaggio: il punto in cui qualcosa prende posizione e diventa visibile. Ciò che vediamo non è una traccia che si somma ad altre, ma una relazione che si definisce, temporaneamente, dentro un processo, prima che si fissi.
JB: La ferocia delle immagini oggi sta nella loro capacità di adattarsi al contesto e ai mezzi di condivisione; quindi, i luoghi in cui vengono fruite hanno molto da spartire con la percezione che se ne ha. L’intento è quello di creare relazioni e luoghi, sia reali che ideali, in cui mettere in dialogo idee e ricerche tramite i propri lavori. Quindi assolutamente di relazione, che però si deve riflettere a trecentosessanta gradi nel percorso di vita dell’immagine, quindi nella creazione, nell’allestimento ma anche nella sua esposizione.
MF: Per me l’immagine è relazione. Può essere sedimento, certo, ma non nel senso di qualcosa che resta immobile. La fotografia viene spesso pensata come un modo per catturare un istante e conservarlo, quasi per bloccare il tempo; invece, io sento che l’immagine continua sempre a muoversi, proprio perché entra continuamente in relazione con chi la guarda e sfugge continuamente all’intenzione dell’autore/autrice. Anche quando parte da un dato reale, qualcosa che è stato davanti all’obiettivo, non si esaurisce mai in quella prova. Quello è forse l’unico dato tangibile: qualcosa è stato e non sarà più (forse). Ma da lì in poi l’immagine si apre. Porta con sé più temporalità, più spazialità, più livelli di lettura. C’è quello che vediamo, ma anche tutto ciò che resta fuori campo, ciò che non sappiamo, che immaginiamo e che proiettiamo. Per questo non penso all’immagine come a un’accumulazione statica, ma come a una stratificazione viva. Mi interessa molto anche il modo in cui le immagini agiscono nell’altro, non solo a livello razionale, ma anche in modo affettivo e inconscio. Un’immagine può risvegliare qualcosa, creare associazioni, far emergere ricordi, sensazioni o pensieri che non erano previsti. Per questo credo sia importante tenere sempre presente la responsabilità che abbiamo nel produrre e nel mostrare immagini che continuano a lavorare nello sguardo e nella memoria di chi le incontra.
Intervista raccolta in occasione della mostra di Marta Fumanti e John Barbieri, Prima che resti, a cura di Marco Signorini, per Circuito Off di Fotografia Europea, Reggio Emilia.

Marta Fumanti e John Barbieri, Prima che resti, a cura di Marco Signorini, installation view Fotografia Europea, Circuito Off, Reggio Emilia.
Immagine di copertina di Gianluca Garu Paionni.